Madaski

Madaski live HMA © 2002 by Vincenzo Palatella su licenza CC BY 4.0

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Intervista realizzata con Franco “Madaski” Caudullo per ilcielosutorino.org il 22 marzo 2002 in un bar di Moncalieri (TO)

Vincenzo: Partiamo da 20, ultimo lavoro degli Africa Unite, che contiene cover di Bob Marley note e meno note. Com’è avvenuta la scelta dei pezzi?

Madaski: I pezzi di 20 sono stati scelti principalmente da Bunna, tenendo conto innanzitutto delle sue capacità vocali. Misurarsi con Marley è abbastanza pericoloso, considerata la statura del personaggio. Anche per questo, dal punto di vista musicale abbiamo fatto molta attenzione ad evitare il confronto diretto, cercando di elaborare molto i pezzi per lasciare la nostra traccia: non è stata soltanto un’operazione di “coveraggio” ma di rivisitazione delle canzoni. Poi siamo andati a pescare nel repertorio di Marley cercando di trovare pezzi poco conosciuti, come “Judge Not”, che nella nostra versione ha avuto un ottimo impatto specialmente dal vivo. Credo che possiamo prenderci il merito di aver fatto conoscere questo pezzo in Italia. Un altro criterio è stata l’eliminazione di ogni riferimento al rastafarianesimo e alla religione, in quanto noi ci professiamo completamente al di fuori di questo ambito che non appartiene alla nostra cultura.

V: A proposito del lavoro con gli Africa, cosa state facendo adesso?

M: Gli Africa si sono fermati dopo l’ultimo concerto del 31 dicembre al Babylonia di Ponderano. Siamo reduci da due anni di lavoro serrato, con l’uscita di Vibra alla quale sono seguite quasi subito le registrazioni di 20, oltre a 140 date in tutta Italia. Abbiamo sentito il bisogno di fermarci per un po’, anche perché il circuito musicale italiano non è poi così ampio e dopo due anni di lavoro secco rischi davvero di sforare. Anche a livello creativo c’era il bisogno di riposare un po’, ma questo non vuol dire che ce ne stiamo con le mani in mano. Anzi, sono partiti tutti i progetti paralleli nei quali siamo impegnati: Ruggero Catania ha pubblicato un disco con la Wah Companion, Gigi “Mr. T-Bone” De Gasperi è uscito con la Jamaican Liberation Orchestra, un album molto bello, pieno di ska molto colto con influenze jazz. Poi ci sono i Motorcity di Cato e Parpaglione, che portano avanti la contaminazione house con i ritmi più neri, e infine il mio progetto, che manca da 4 anni. Ho lavorato dall’inizio dell’anno e ad aprile pubblicherò il mio quarto disco, che si chiama Dance or Die, mentre il 12 aprile partirà il tour. È un disco al quale tengo tantissimo perché affonda nelle mie radici più scure, risalenti al primo gruppo con il quale ho suonato, i Suicide Dada. Rivisita sonorità tipiche degli anni ’80 a volte in chiave più danzereccia, in altre occasioni con un approccio più colto. Contiene poi una chicca, ovvero la reunion dei Monuments, uno dei primi gruppi elettronici italiani, formato da due musicisti torinesi, Mauro “Turbinator” Tavella ed Andrea Costa. I Monuments pubblicarono un disco con la Discordie, una delle prime etichette indipendenti torinesi. Sfortunatamente produsse solo due dischi, questo e quello dei Deafear, altro gruppo dark torinese molto vicino alle sonorità elettroniche berlinesi. In Dance or Die c’è una cover, “Oblivious”, realizzata proprio con Mauro e Andrea, che riformano i Monuments proprio per questa occasione. Per il resto l’album ripropone suggestioni dark e new wawe attraverso i suoni che preferisco in questo periodo.

V: D’altra parte il dark è sempre stato un tuo grande amore mai rinnegato, e anche in Da Shit is Serious c’è una scheggia di quegli anni, la cover di “A Forest” dei The Cure.

M: Il dark ha avuto una parte importantissima nella mia vita ed è una musica che continuo ad ascoltare ancora oggi nonostante possa sembrare un controsenso per uno che suona reggae, la musica solare per eccellenza. A me del reggae piacciono soprattutto le parti più oscure come il dub, e poi anche a livello esteriore io mi sono sempre vestito così, il reggae non ha cambiato molto il mio modo di pormi. Mi interessa portare avanti un percorso e non mi chiudo mai dietro dei cliché, ho sempre pensato di avere carta bianca nel momento in cui mi metto a fare musica. Ad ogni modo penso che il disco sia molto bello, e avrà un impatto live molto diverso dal solito: se nelle altre occasioni, specialmente per quanto riguarda il tour di Da Shit is Serious, sembrava di assistere ad un grosso sound system, anche se c’erano batteria e chitarra dal vivo, questa volta l’impatto sarà decisamente più rock: ci sarà una band e io canterò perché il disco è tutto cantato e questa è una grossa novità rispetto ai miei precedenti album.

V: Chi ti accompagnerà in tour?

M: Sul palco con me salirà la coppia che mi ha già accompagnato le altre volte, ovvero Davide Graziano alla batteria e Ruggero Catania alla chitarra. In più ci sarà Silvio, bassista dei Modarte. Insomma, un classico quartetto rock più tutta una serie di situazioni elettroniche gestite da me.

V: Praticamente tutti i componenti degli Africa sono coinvolti da progetti paralleli: non c’è il rischio di trascurare il gruppo principale?

M: Non credo che possa accadere, per tutti noi gli Africa continuano ad avere la priorità assoluta. Gli altri progetti, semmai, danno input nuovi ad un gruppo estremamente longevo nel quale i rischi di saturare la vena creativa sono reali. Fuori dagli Africa ognuno di noi compie un lavoro di ricerca che alla fin fine porta un sostanzioso contributo anche al gruppo principale.

V: A proposito di longevità, dopo lo scioglimento dei C.S.I. credo siano gli Africa il gruppo più “anziano” della scena alternativa italiana.

M: Questo è vero! Ci siamo noi e i Litfiba, che esistono ancora, almeno sulla carta. Sicuramente siamo uno dei gruppi nati negli anni ’80 che tengono botta ancora oggi.

V: Ritornando alla tua attività da solista, finora hai pubblicato tre album, tutti diversissimi tra loro.

M: E con questo fanno quattro! Se si traccia una direttrice, il nuovo album stilisticamente potrebbe essere la continuazione di Distorta diagnostica, anche se molto meno duro e spigoloso, con più canzoni. Distorta… è sicuramente il disco più dark rispetto agli altri tre ed è anche quello che amo di più, perché è la fotografia di un momento personale legato alla malattia, per questo è così pesante. Monsù Dub non è un vero album, lo considero una compilation di dub, visto che contiene anche due pezzi, “Dub Dub Daddy” e “Madadub” appartenenti al repertorio degli Africa. Da Shit… è l’episodio più “modaiolo”, perché ho usato suoni che in quel momento andavano per la maggiore, pur applicandoli ad altri contesti. Dance or Die riprende in qualche modo il discorso di Distorta…, ma credo che sia anche più maturo. È vero che ogni mio disco è diverso dall’altro ma come ti dicevo non amo pormi limiti, non mi sento legato a nulla e faccio tutto quello che mi passa per la testa, sperimentando molto.

V: Nella tua carriera hai collaborato con molti artisti: qual é quello che ti ha colpito di più?

M: Il mio modo di collaborare è sempre stato molto particolare, nel senso che io non ho mai lavorato molto fisicamente con gli artisti: il mio modo di intendere il remix è “dammi le voci che io rifaccio tutto il resto”. Per questo non ho avuto grandi contatti con le persone con le quali ho collaborato, fatta eccezione per Franco Battiato. Per lui ho prima remixato “Strani giorni” nel mio studio e poi ho partecipato alle registrazioni di Gommalacca. Battiato è un personaggio molto affascinante, sicuramente quello più dotato di carisma all’interno della scena musicale italiana vecchio stile. A livello di giovani gruppi la situazione è diversa: quest’anno ho ascoltato moltissimo gli Addiction, che fanno un nu metal con grosse influenze elettroniche, ricordano un po’ i Nine Inch Nails. A mio parere sono bravissimi, ma stentano a venir fuori perché in Italia o fai pop oppure è difficilissimo mettersi in mostra.

V: E per quanto riguarda la scena torinese?

M: L’attuale scena musicale torinese a mio parere non ha ancora avuto il giusto ricambio. È sempre un movimento importante grazie a nomi che continuano a ricoprire un ruolo centrale nel panorama nazionale come noi, i Mau Mau, i Persiana Jones, che si sono affermati alla grande nel panorama ska-core italiano e straniero.

V: Sembra un buon momento per lo ska.

M: Esatto. Non dimentichiamo che i Persiana sono gli unici a portare il nome di Torino, o per meglio dire di Rivarolo, all’estero: hanno suonato e convinto in Svizzera, in Slovenia, in Francia, in Spagna. Poi ci sono i Linea 77, che personalmente non conosco ma so essere forse più famosi all’estero che non in Italia. Però la maggior parte di questi gruppi esistevano già dieci anni fa e non faccio eccezioni nel citare il gruppo di punta dell’attuale scena torinese, i Subsonica, figli di esperienze passate: Max Casacci ha suonato con noi per anni, Samuel e Boosta avevano una certa esperienza con altri gruppi torinesi. Sono soddisfatto di come la scena torinese continua ad affermarsi ma un po’ preoccupato perché sostanzialmente continuiamo ad essere gli stessi: un vero gruppo di diciottenni torinesi non esiste, la scena è congelata dall’inizio degli anni ’90, quando Torino era davvero al top. Però in generale la situazione è ancora positiva: tutti i gruppi che ho citato hanno un seguito, che sia di nicchia o più vasto, molto affezionato e, al di là dei dati di vendita, ottengono spesso sold out ai loro concerti, che rappresentano la vera forza della musica.

Madaski © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0