Sushi

Sushi live © 2003 by Vincenzo Palatella su licenza CC BY 4.0

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Intervista realizzata con Alessandro Bavo e Marco “Ciuski” Barberis per ilcielosutorino.org il 15 novembre 2002 a casa Bavo (Torino)

Vincenzo: A distanza di quasi un anno dall’uscita di Un mondo terribilmente volgare, riascoltandolo oggi, come lo valutate?

Alessandro: Credo che questo disco, a differenza del primo1, sia riuscito a passare indenne la prova del tempo. Riascoltandolo adesso continua a piacermi, ci sono un sacco di cose che continuo ad amare e credo che il futuro dei Sushi passi necessariamente da questo disco, soprattutto come modo di lavorare. Un mondo… è un disco che ci ha permesso di capire molte cose su noi stessi: ad esempio abbiamo per la prima volta fatto ricorso ad un vero batterista dopo aver utilizzato la batteria elettronica nel primo disco, poi c’è stato un gran numero di concerti e via dicendo. Abbiamo scritto canzoni più mature, credo, e abbiamo adottato un metodo di lavoro diverso: il primo disco spesso viene da sé perché è una specie di raccolta del meglio che prodotto fino ad allora ma poi ogni volta che scrivi una canzone, pensi al fatto che probabilmente finirà su disco, c’è un approccio diverso, più consapevole e riflessivo.

Ciuski: Anche il mio giudizio nei confronti del disco non è cambiato molto. In questo disco ci riconosciamo pienamente, anche a distanza di tempo le sensazioni rimangono le stesse. Per me è un disco importante, ci abbiamo messo dentro un sacco di cose e c’è voluto un bel po’ di tempo a terminarlo. Credo che le canzoni riescano a trasmettere significati forti, belli e chiari, nei quali continuiamo a riconoscerci. Anche nei concerti, abbiamo sempre apportato variazioni minime agli arrangiamenti, mentre i pezzi del primo album sono molto diversi da come sono suonati su disco, e credo che questo sia un segnale importante su quanto ciò che abbiamo creato ci piace ancora adesso.

A: A questo proposito, per me è fondamentale che un gruppo riesca ad avere lo stesso sound in studio come dal vivo. Noi usiamo moltissime macchine e sequencer fin dalla sala prove, come qualsiasi altro strumento, non si tratta di un artefatto da studio utilizzato per ritoccare il suono dove ci sono delle mancanze. Quando usiamo le macchine dal vivo, il nostro sound rimane quello, non viene snaturato.

V: A proposito del punto di vista musicale, mi sembra che nel disco ci sia una grande cura per i particolari.

A: La musica che ascoltiamo è fatta anche di questo. La new wave era musica suonata da gente che non sapeva suonare ma era ricca di elementi ad incastro, non c’erano quasi mai accordi pieni ma c’erano diversi intrecci ritmici che messi insieme andavano a comporre il tessuto armonico della canzone. A me piace molto questa cura del particolare, è molto stimolante creare il tappeto sonoro in questo modo.

V: Per quanto riguarda le atmosfere e i temi affrontati, sembra che in confronto al primo disco non siano cambiate le problematiche, ma il modo di affrontarle, proprio a livello personale, intimo.

A: Hai detto una cosa giustissima, riteniamo che i due dischi siano legati da un filo conduttore a livello di testi che parlano sempre delle stesse cose: la sfiducia nei confronti del prossimo e della vita in generale. In Un leggerissimo… questo tema viene sviluppato in maniera autoironica, direi sbarazzina, adolescenziale. Era un aspetto che ci interessava molto perché credo che l’adolescenza sia un periodo incredibile in cui fai le cose in un modo istintivo e con una sfrontatezza eccezionale. In Un mondo… c’è invece un modo di porsi più oggettivo: le cose che non vanno sono queste, me ne rendo conto, mi ci immergo dentro per cercare di risolverle.

V: Sotto questo aspetto si potrebbe quasi definire Un mondo… un concept album per questa omogeneità delle tematiche.

A: Direi di sì, ma allargherei il discorso anche al primo album. Anche la scelta dei titoli non è certo casuale: Un leggerissimo… era il modo in cui ci proponevamo di affrontare il disturbo da panico, sorridendoci un po’ su; in Un mondo… guardiamo le cose dal loro lato più oscuro. Non si tratta di pessimismo: lo slogan del disco è “la fine = un nuovo inizio”, è soltanto un atteggiamento del tipo “distruggiamo tutto per incominciare da capo e ricostruire il mondo intero”, oppure, in un ambito molto più ristretto, la propria vita privata.

V: Quanto ha influito il passaggio dalla produzione di Max Casacci all’autoproduzione?

A: È stato un passaggio molto naturale, anche grazie a Casacci stesso. Dopo il primo disco io ho avuto modo di lavorare ad altre produzioni e quando è arrivato il momento di iniziare a lavorare sul secondo disco ho deciso di provare a produrlo io. Sentivamo di potercela cavare da soli, almeno dal punto di vista artistico. Tutto è stato un gioco: con Max c’era un ottimo rapporto ma era un contesto professionale, con orari e tutto il resto. Questa volta invece ci siamo trasferiti in una casa di campagna con lo studio nel fienile, se di notte avevamo voglia di suonare o ci veniva un’idea improvvisa bastava scendere e prendere in mano gli strumenti. Dal punto di vista tecnico abbiamo lavorato in modo molto diverso: abbiamo usato strumenti nuovi come la batteria e abbiamo registrato tutto in digitale, una differenza davvero sostanziale.

C: Poi c’era anche una situazione completamente differente: abbiamo vissuto in questa casa di campagna con lo studio sotto e c’era una bella atmosfera, molto rilassata. Avevamo messo delle casse in ogni stanza della casa e quindi, mentre si suonava o si mixava, ognuno poteva sentire quello che stavamo facendo. Eravamo completamente immersi nella situazione e non pensavamo ad altro che alla musica.

V: Quali sono le vostre attuali influenze musicali?

S: Nell’ultimo disco ci sono parecchi riferimenti, anche abbastanza espliciti: a me fondamentalmente piace la musica dark. Per questo disco le influenze maggiori sono stati i Depeche Mode, i Cure e i Bauhaus. Ci interessa l’idea di dare un’impronta molto oscura a quello che facciamo, tutto ovviamente visto attraverso un’ottica personale. Abbiamo semplicemente cercato di prendere da questo enorme sacchetto di caramelle che è la musica che ci piaceva traendone spunti importanti, in un modo molto naturale. Poi abbiamo scoperto l’importanza di avere punti di riferimento comuni, diventa molto più facile capirsi e parlare di ciò che vuoi fare. Ci è capitato spesso di dirci “questo pezzo sarebbe carino farlo tipo quel pezzo di Bowie“, perché sapevamo di condividere un linguaggio comune. Ovvio che poi viene fuori una cosa completamente diversa però ognuno riesce a immergersi in quell’atmosfera che si cerca mentre si suona. Non capisco molto gli artisti che dicono di non ispirarsi a nessuno, io credo sia molto importante avere dei modelli precisi, nobili, è importante anche ascoltare i dischi con gli altri componenti del gruppo ed è utile anche suonare delle cover di altri gruppi, per capire il modo in cui sono composti i brani che ami di più.

C: E poi è impossibile non avere influenze! Puoi anche sforzarti, quando suoni, di non cadere in cose banali, questo è fondamentale ma la musica è un linguaggio, sarebbe assurdo rinunciare ad ascoltare altri artisti quando sai che possono arricchirti.

A: Credo che la cosa importante sia di non cadere nella copia volontaria soltanto per intercettare il favore del pubblico. Molti dischi oggi si fanno guardando ciò che funziona dal punto di vista radiofonico e rielaborando modelli prestabiliti ma per me quello è lavorare in catena di montaggio.

V: A proposito di logiche commerciali: mi pare che la scelta di Fare parte del g.u. come primo singolo non ne segua molte.

A: Ce ne siamo tranquillamente sbattuti. Non penso che valga la pena di farsi paranoie sulle vendite, per noi è importante che questa rimanga innanzitutto una passione. Se dovesse subentrare un’ottica commerciale nel nostro lavoro sarebbe davvero finito tutto. Ben venga se quello che fai ti piace e hai la fortuna di veder coincidere i tuoi gusti con quelli di gran parte del pubblico, ma fare qualcosa per cercare di farlo piacere agli altri per me è deleterio e probabilmente non viene nemmeno tanto bene perché anche le canzoni più becere di alta classifica devono avere quel qualcosa che le distingua dalle altre. Ad esempio, credo che Eros Ramazzotti sia uno a cui piace veramente la musica che fa perché sono vent’anni che fa la stessa roba e continua a venderla. Contento lui… Io non potrei mai.

V: Nell’ultimo anno ci sono stati diversi cambiamenti nella line-up del gruppo. Come hanno influito nel vostro percorso?

A: Abbiamo avuto un po’ di persone che ci hanno gravitato intorno e ognuno ha portato il proprio contributo cambiando un po’ il volto dei Sushi. È però fondamentale è che ci sia una matrice fissa, che non cambi. Io so che finché io continuerò a scrivere canzoni e Otti a cantare i Sushi esisteranno.

V: Veniamo ai concerti, una dimensione che vi si addice molto.

A: Ci piace moltissimo suonare dal vivo, è una cosa bellissima. È il momento in cui non ci sono filtri tra te e il pubblico, tu suoni e ti accorgi subito se ciò che proponi piace o non piace, lo vedi se stai facendo schifo o se invece stai spaccando.

C: E la stessa cosa succede a noi: suonando dal vivo ritrovi un contatto diretto con le canzoni, ti accorgi se ti piacciono ancora come sono o se invece ti hanno stufato. È l’unico modo per valutare l’effetto che ti procura qualcosa che hai realizzato, se rimanessi chiuso in casa ad ascoltare il disco dopo un po’ non riusciresti più ad avere un’immagine chiara. Ci sono inoltre degli effetti importanti a livello del morale, suonare live provoca dipendenza. Questa estate ci è capitato di tenere tre o quattro concerti consecutivi in pochi giorni, siamo arrivati all’ultimo concerto con una carica e un’allegria incredibile. Poi siamo stati fermi per qualche settimana e io mi sentivo giù di corda, sentivo proprio bisogno di suonare. Credo che all’interno del gruppo siamo un po’ tutti vittime di questa cosa.

A: Confermo. Inoltre suonare dal vivo è un modo molto importante per rafforzare il rapporto che hai con gli altri componenti del gruppo. È sempre bello avere una giornata o un pomeriggio interi da dedicare esclusivamente a quell’ora e mezza di concerto, a livello umano è un’esperienza straordinaria e affascinante. Come diceva Ciuski, è una cosa che dà dipendenza: ogni sera c’è una festa e tu sei il festeggiato, cosa si può volere di più?

V: Cosa state facendo in questo periodo e quali sono i vostri progetti per l’immediato futuro?

A: In primavera e in estate abbiamo suonato molto in giro, ora siamo un po’ fermi. Nel frattempo  ci stiamo dedicando ad altre cose: al MEI di Faenza presenteremo il video di “Vittima della timidezza” e abbiamo iniziato a scrivere dei brani nuovi. Sperando di poter fare uscire al più presto qualcosa, probabilmente un singolo, prima del nuovo album. I nuovi pezzi sembrano la sintesi dei nostri due album, nel senso che dovrebbero uscire fuori delle sonorità simili a quelle di Un mondo… ma con un approccio più pop ma è ancora troppo presto per parlarne.

V: Come giudicate l’attuale scena musicale torinese?

A: Come al solito Torino è una città molto sveglia dal punto di vista musicale, ci sono molte proposte interessanti. Mi sembra che ultimamente la scena dei DJ stia prendendo il predominio, ci sono molte collaborazioni tra DJ e musicisti, noi stessi lo abbiamo fatto. È una peculiarità di Torino, fuori succede più raramente. Credo sia positivo, in genere i DJ sono più svegli dei musicisti, sono più ricettivi ai nuovi suoni. Personalmente, però, preferivo quando c’era più spazio per la musica suonata dal vivo: 4 o 5 anni fa c’era un’attenzione maggiore per la musica alternativa italiana, oggi si suona molto meno. Comunque continuo a ritenere Torino una città molto affascinante dove vivere: non ha la frenesia della Milano da bere e per questo diventa teatro di molte manifestazioni interessanti relative a tutti i diversi tipi di arte. D’altra parte è una città molto paranoica, piccola, chiusa e anche proletaria. Se sei una persona un minimo sensibile con qualcosa da dire, le possibilità di creare qualcosa di bello ci sono.

Sushi © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0

  1. Un leggerissimo disturbo da panico del 1999.