
Intervista realizzata con Colin Meloy per Quindie/Radio Torino Popolare il 19 novembre 2004 al Covo (Bologna)
Vincenzo: Questa di Bologna è la vostra prima data italiana in assoluto. Qui avete un seguito piuttosto nutrito, anche perché la stampa specializzata ha dato molto risalto, l’anno scorso, ai vostri due album Her Majesty e Castaways and Cutouts. Vi aspettavate quest’accoglienza?
Colin: Sinceramente non sapevamo cosa aspettarci. Qualche tempo fa avevo rilasciato un’intervista ad una rivista musicale italiana della quale ora non ricordo il nome, in quell’occasione avevo avuto modo di capire che in Italia qualche interesse per noi ci fosse, ma nulla di più. È molto bello trovare questo entusiasmo.
V: Parliamo delle vostre canzoni, che hanno come caratteristica principale il loro essere ambientate fuori dal tempo. Sono davvero tutte riferite al passato oppure il presente ha un ruolo in esse?
C: A me interessa scrivere delle belle storie. Spesso nella musica pop contemporanea trovano posto storie autobiografiche e quindi per forza di cose si finisce per lavorare su materiale legato alla contemporaneità. Io cerco di fare qualcosa di diverso e non mi rendo conto della presenza o meno di riferimenti contemporanei in quello che scrivo. Sono molto affascinato dall’età vittoriana e me ne frego abbastanza di quali debbano essere le regole su come si scrive una canzone pop oggi.
V: Hai citato l’età vittoriana. A proposito di questo, mi sembra che il tuo songwriting, la sensibilità che da esso traspare, sia molto più europeo che non americano.
C: Penso che un po’ il tutto il mondo ci sia una certa sensibilità verso quello che proviene dall’estero. Tra i miei ascolti preferiti ci sono molte cose che non hanno nulla a che fare con l’America: sono particolarmente attratto da tutto ciò che è esotico e legato alla fantasia, credo che da questo punto di vista ci sia molta più sensibilità nella cultura europea ma anche in quelle mediorientale e russa, culture dove è presente una forte tradizione legata all’immaginario fantastico ed alle favole in generale.
V: L’etichetta discografica per la quale incidete, la Kill Rock Stars, non è esattamente una indie-pop label. Come è nato questo connubio?
C: Qualche tempo fa abbiamo suonato a un festival che si teneva a Portland, una specie di convention di etichette e negozi di dischi del northwest organizzato dal nostro amico Robert. Quella sera tra il pubblico c’era anche Slim Moon, che ha apprezzato parecchio lo spettacolo. Il nostro primo disco era uscito da poco su una piccola etichetta della nostra città, lui lo ha ascoltato e se ne è innamorato. Personalmente ho sempre adorato i gruppi della Kill Rock Stars, dalle Bratmobile alle Bikini Kill passando per Elliott Smith e le Sleater-Kinney e di fronte al suo entusiasmo c’era poco da fare: ci disse che la Kill Rock Stars avrebbe potuto essere la nostra casa e non ci avrebbe certo fatto scappare facilmente! Tra noi e loro è scattato subito quel feeling reciproco che può scattare soltanto tra chi ama la musica allo stesso modo: l’intera etichetta è una forte testimonianza dell’amore che Slim nutre per la musica.
V: Hai citato Portland, che da quello che si legge (vedi “Portland souvenir” di Chuck Palanhiuk) e si sente, sembra la più europea delle città americane.
C: Sì, in effetti è così. È una città vivibile, politicamente schierata a sinistra e molto ricca dal punto di vista culturale. C’è una splendida scena rock: Sleater-Kinney, Tara Jane O’Neil, The Thermals e un sacco di altri gruppi che stanno uscendo adesso. Portland ha qualcosa delle città europee ma non assomiglia a nessuna di esse, non ha una lunga storia, elemento che rende grandi le città. Però è una città portuale e in quanto tale ha un sacco di storie da raccontare, specialmente su marinai e criminali in fuga.
V: La vostra ultima uscita è stata The Tain, un EP con una lunga canzone divisa in cinque parti. Com’è nato questo disco?
C: L’Acuarela, l’etichetta spagnola che l’ha pubblicato, qualche tempo fa ci ha chiesto se avessimo voglia di pubblicare qualcosa di inedito per loro. In quel periodo noi avevamo per le mani questa canzone che a noi piaceva molto ma che non sapevamo come far rientrare in un album. Nel giro di in un weekend l’abbiamo registrata tutta. È stato un modo interessante per sperimentare nuove forme compositive ed per giocare su quelli che sono gli elementi principali di una canzone dei Decemberists.
V: E invece cosa mi dici del vostro prossimo disco, che uscirà l’anno prossimo?
C: Si intitolerà Picaresque, uscirà a marzo e conterrà undici canzoni. Abbiamo appena finito di lavorare sull’artwork ed avremo le prime copie in mano quando torneremo a casa da questo tour europeo.
V: Stasera suonerete qualche anteprima dal disco ?
C: Sicuramente ne suoneremo un paio ma, essendo il nostro primo tour europeo, la volontà è quella di proporre soprattutto brani presenti sui dischi già pubblicati.
V: Girovagando per la rete ho trovato un bootleg di un vostro concerto in Illinois che mi ha stupito per la sua qualità sonora eccezionale. A questo proposito, qual è la vostra posizione nei confronti del p2p?
C: Lo supporto totalmente e l’utilizzo anch’io, per quanto meno di una volta. Lo so che da musicista non dovrei farlo ma credo che comporti più vantaggi che svantaggi: il p2p è un modo per conoscere nuovi gruppi anche se uno non ha soldi e non può permettersi di comprare molti dischi, ma comunque li compra. Il p2p e i blog hanno contribuito parecchio a far crescere la nostra popolarità in America e in Europa, quindi non vedo come possa danneggiare le vendite delle etichette. Credo che i nostri fan siano coloro che comprano i dischi, magari se li prestano e poi vengono a vedere i concerti, ci supportano come possono.
V: Quali sono i tuoi ascolti preferiti, al momento?
C: Sto ascoltando molto Joanna Newsom, Cass McCombs, che è su 4AD con l’album uscito nella scorsa primavera. Poi gli Arcade Fire, che hanno fatto un nuovo disco fenomenale, e poi molti altri che adesso non ricordo.
V: E se dovessi scegliere un solo disco dal passato?
C: Oh Gesù, non è per niente facile… diciamo Zen Arcade degli Hüsker Dü.
V: Tutti i vostri artwork sono creati da Carson Ellis, che sembra essere la sesta Decemberists tanto i suoi disegni si integrano bene nelle vostre musiche.
C: Direi proprio che lo è! È la mia ragazza quindi non posso essere obiettivo ma mi stupisce sempre come riesca a entrare nell’atmosfera delle nostre canzoni e a trasformarla in immagini. Con Carson c’è un rapporto sentimentale e artistico, ci influenziamo l’un l’altra, ci confrontiamo spesso ed è ovvio che lei non sia una semplice collaboratrice.
V: Un’ultima domanda: perché Decemberists?
C: I Dicemberisti erano un gruppo rivoluzionario russo di inizio secolo, suonavano abbastanza esotici. Molti di noi, poi, si identificano in quel mese.
The Decemberists © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0