
Intervista realizzata per Label Magazine il 31 marzo 2005 al Cafè Procope (Torino)
Vincenzo: Partiamo dagli inizi, prima che Fennesz diventasse Fennesz.
Fennesz: Ho iniziato molto tempo fa: ho imparato a suonare la chitarra da piccolo e fin da subito mi divertivo a fare esperimenti come registrare la chitarra in un piccolo registratore a cassetta, cercando di snaturare il suono il più possibile. Verso i quindici anni ho cominciato a suonare in una band punk, più che altro perché tecnicamente è la cosa più facile da suonare. Più tardi ho abbandonato il punk e ho preso a suonare con un gruppo di rock underground di Vienna, facevamo roba tipo Sonic Youth e My Bloody Valentine. Nel frattempo ho iniziato a studiare come tecnico del suono, poi pian piano ho iniziato a sperimentare da solo ed è iniziato il mio percorso solista.
V: Sono molti i musicisti passati dal punk alla musica elettronica, è un percorso molto comune.
F: La musica elettronica è stato un elemento di democratizzazione e di innovazione enorme. Nei primi anni ‘90 il rock a Vienna era diventato un discorso eccessivamente conservatore, non si sperimentava nulla e non sembrava esserci alcuna possibilità di uscire dai confini e di ottenere un po’ di attenzione. L’arrivo della techno ha portato con sé la possibilità di fare musica da soli, a casa propria. È stata una rivoluzione della stessa portata del punk per quanto riguarda il lato sociale e musicale.
V: E a proposito di rivoluzioni, internet sta contribuendo alla democratizzazione della musica.
F: Assolutamente sì. La gente ha capito che è ormai possibile eliminare tutte le barriere tra l’esecutore e l’ascoltatore, se si lo desidera. Non è un caso se negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente la quantità di uscite, dalla jungle all’electro. Oggi la musica è un campo completamente democratico e la personalità di un artista è tornata a essere importante per distinguersi e uscire fuori dal gruppo. È un processo di sviluppo assolutamente affascinante e sono curioso di vedere come proseguirà.
V: La tua musica è caratterizzata da un tenue equilibrio tra rumore e melodia. C’è un punto di contatto tra i due?
F: Sono sempre stato affascinato dal concetto di rumore, penso che porti con sé molta bellezza. Cerco di nascondere la melodia dietro un muro di rumore in modo da lasciare all’ascoltatore il piacere di cercarla. È come una tenda che nasconde qualcosa ma è molto pesante e non è facile riuscire a spostarla per vedere cosa c’è dietro. So di chiedere uno sforzo all’ascoltatore per me è molto più interessante questo di scrivere una canzone pop song, che pure ascolto volentieri ma non è quello che voglio fare con la mia musica.
V: Il tuo ultimo album1 è dedicato a Venezia, un non-luogo. Perché hai scelto questa città?
F: È stato un lungo processo. Volevo fare qualcosa di molto europeo, legato al fascino della vecchia Europa. Noi europei spesso dimentichiamo il nostro straordinario background culturale, niente a che fare con l’America anche se noi lo sappiamo, loro no. Venezia è sinonimo di quella vecchia Europa che avevo in mente e poi è una città molto particolare dal punto di vista acustico: non ci sono auto, si sente solo il rumore dell’acqua e dei traghetti. Sembra di essere in un labirinto, puoi sentire vicino un rumore molto distante e non capire da dove provenga, ha un sistema di amplificazione molto particolare. Lavorare lì è stato molto affascinante. Poi non so quanta Venezia ci sia nella mia musica: probabilmente ho fatto come Terry Gilliam con Brazil che poi non aveva niente a che fare con il Brasile.
V: Prima parlavi dei My Bloody Valentine. Anche in Venice ho sentito influenze shoegaze, in particolare nel pezzo “Circassian”.
F: È vero, ascoltando la mia musica può capitare di sentire quelle cose ma sai, ho la loro stessa età e suonavo quella stessa musica negli anni ‘80, è un fatto generazionale! Il fascino di quel tipo di musica rimane tutt’ora e spesso con la mia chitarra disegno quel tipo di sonorità. Mi piace pensare che la mia musica sia in fondo una ramificazione di quella roba. Poi ci sono molte altre influenze: la scena no-wave di New York ma anche Neil Young e il suo modo straordinario di unire melodia e rumore.
V: In questo disco hai collaborato con un mostro sacro di certa musica, David Sylvian. Com’è nata la collaborazione?
F: Ho sempre amato i Japan e il lavoro seguente di Sylvian. Quando ho iniziato a lavorare a Venice volevo lui per una canzone del disco, così la mia etichetta ha contattato il suo management. Due giorni dopo mi ha contattato David dicendosi entusiasta della proposta. Così mi ha raggiunto e abbiamo registrato “A Fire in the Forest” Ci siamo incontrati altre volte a Parigi e a Colonia e qualche tempo fa è venuto a trovarmi a Vienna, nel mio studio. Abbiamo registrato per due settimane, materiale fantastico che credo finirà nel prossimo disco. È materiale ancora grezzo, non so quanto ancora ci vorrà per ottenere qualcosa di organico. Abbiamo intenzione di rivederci il prima possibile per registrare altro materiale. C’è anche un altro progetto in corso su del suo materiale nuovo, io sono una sorta di supervisore. Nel frattempo sto anche lavorando con Sakamoto, un altro dei miei idoli!
V: Ciclicamente si riapre la discussione sui laptop set: possono essere considerati alla stregua di un concerto rock? Un musicista che smaneggia su un laptop è uguale a vedere un chitarrista in azione? Tu come la vedi?
F: Posso capire ma dipende dal contesto. Ho avuto la fortuna di suonare in situazioni molto diverse, dalla sala concerti classica ai club. Mi piacciono entrambe le situazioni ma ammetto che spesso mi capita di preferire i club perché non penso che la mia musica vada ascoltata da seduti, nel completo silenzio. Per quanto mi riguarda l’ascoltatore non deve guardarmi tutto il tempo: può andare a farsi un giro, prendere una birra. Non c’è nessun problema.
V: Nel tuo curriculum ci sono anche diverse colonne sonore. Quanto è diversa questa esperienza dal comporre un album?
F: In realtà non molto perché chi mi chiama lo fa perché conosce la mia musica e vuole qualcosa di simile, quindi ho tutta la libertà di cui ho bisogno. Naturalmente la colonna sonora è un processo diverso, è musica più strutturata e deve aderire alle immagini. È una bella sfida ma mi piace. Quanto meno di solito, perché ammetto di aver fatto anche colonne sonore di cui non sono fiero. Purtroppo un musicista come me non riesce sempre a vivere con dischi e concerti.
V: E se potessi scegliere un regista con cui collaborare?
F: Sicuramente Sofia Coppola. Amo molto i suoi lavori e mi piacerebbe lavorare con lei. C’è in progetto un DVD con video realizzati precendentemente e altri nuovi, abbiamo chiesto anche a lei ma non so se accetterà!
V: A proposito dell’etichetta Touch, un altro bel disco appena uscito è Grapes from the Estate di Oren Ambarchi, con cui hai anche collaborato.
F: Oren è un grande, fa grande musica. Siamo coinvolti in un progetto comune chiamato Four Gentlemen of the Guitar, del quale fanno parte anche Keith Rowe e Toshi Nakamura. Oren è un grande chitarrista che lavora in un modo completamente diverso dal mio ma in fondo complementare.
V: Per chiudere, quali sono i tuoi ascolti preferiti del momento?
F: Ascolto sempre moltissima musica. In questo momento ascolto molto Smile di Brian Wilson, poi ho riscoperto i New Order: ho ascoltato un paio di pezzi del loro nuovo album2, mi sembrano molto rock e mi piacciono molto anche se sono legatissimo ai loro lavori anni ’80. Mi piacciono molto anche i Bravery, molto festaioli!
Fennesz © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0
- Venice, pubblicato da Touch.
- Si tratta di Waiting for the Siren’s Call del 2005.