Daniele Brusaschetto

Daniele Brusaschetto © 2015 di Sodapop

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Intervista realizzata per ilcielosutorino.org il 10 ottobre 2003 al Red Pub (Torino)

Vincenzo: Iniziamo dal nuovo disco dal titolo evocativo: Poesia totale dei muscoli.

Daniele: L’ho riascoltato proprio stasera dopo diverso tempo e ho iniziato a sentire una serie di cose che adesso farei diversamente. Alcune parti di batteria mi sembrano troppo alte rispetto al resto. In effetti non so bene cosa pensare, anche perché esce dopo un anno dal suo completamento e adesso sto facendo altre cose che probabilmente pubblicherò tra altri cinque anni! Di certo non è tanto rumoroso, almeno non come gli altri miei dischi.

V: In effetti l’album ha avuto una gestazione parecchio lunga, quasi due anni.

D: Per me è sempre stato così, non mi è mai successo di mettermi a tavolino, scrivere dieci pezzi e registrarli in tre mesi. È sempre una cosa molto casuale, magari resto a casa una settimana dal lavoro e se ho voglia di fare musica la faccio. Di solito vengono fuori qualcosa come 200 minuti di improvvisazione, prendo quello che mi piace, lo registro nella mia mente e poi passo alla registrazione vera e propria, spesso recuperando le alcune parti ricampionandole e suonandoci nuovamente sopra. Da quando è stato finito ho voluto mandarlo un po’ in giro per etichette ma alla fine ho deciso di autoprodurlo.

V: Quindi non uscirà per la Radon come il precedente?

D: No, in questo caso si tratta di un disco autoprodotto, supportato però dalla Radon, dall’etichetta milanese Oggetti Volanti Non Identificati, dal Bar La Muerte, D.S.K. e Bosco Rec..

V: Autoproduzione completa anche per la produzione, dal momento che hai suonato e cantato tutto tu, dalla chitarra alla batteria.

D: Sì, era un periodo in cui volevo provare a far tutto da solo. Non tanto per un fatto di egocentrismo quanto per dimostrare qualcosa a me stesso, per vedere se ero in grado di farlo.

V: Cosa mi dici del titolo, invece?

D: Il titolo ha una storia ben precisa. Lavoro in una comunità per persone disabili, tra cui M.R. È un grande appassionato di musica, incredibilmente anche della mia. In un periodo in cui a scuola stava studiando il corpo umano ha scritto una poesia. Quando gli è stato chiesto di cosa si trattasse, lui ha detto: «È una poesia totale dei muscoli». Sono rimasto folgorato da questo frase e l’ho presa in prestito.

V: Dal punto di vista musicale, nel disco si nota un lavoro molto attento su tutte le parti di chitarra, che non suonano mai pulite anche quando il suono è per lo più acustico.

D: Sì, mi piace sperimentare in questo senso. Mi sono divertito molto a sovraincidere tonnellate di chitarre su ogni pezzo, anche se spesso la cosa non si nota. Io sono principalmente un chitarrista, mi piace molto spaziare tra i diversi suoni che si possono ottenere con lo strumento.

V: Dal vivo come pensi di presentare il lavoro?

D: Su questo punto è un po’ un casino. A parte le serate che di tanto in tanto faccio con Bugo non sto ricevendo molte proposte, anche perché dal 1997 ad oggi mi sono sempre organizzato tutto da solo. Dopo tutti questi anni di sacrifici mi sono rotto un po’ le palle di questa situazione, per cui al momento non sto organizzando nulla. Mi piacerebbe organizzare una specie di tour europeo coinvolgendo una serie di amici some Sandblasting, OvO, i Ludmila e Ashtool, il progetto di Mirco Rizzi, il chitarrista che mi accompagna dal vivo. Sto proponendo la cosa agli altri e spero che si riesca a fare, anche perché la dimensione live mi manca parecchio.

V: Ne abbiamo già parlato in privato: questo nuovo lavoro suona più accessibile dei precedenti, in alcuni brani sembra addirittura affiorare una vena pop.

D: Soprattutto in un brano come “Silvestro” che quando ascolto mi sembra addirittura troppo pop! Diciamo che era un periodo che mi andava di fare quello e se è un modo per ampliare il mio range di ascolto, che sia. Poi a me piace suonare praticamente di tutto.

V: Il tuo suono e il tuo modo di comporre i testi, d’altra parte, rimangono sempre molto personali. Come definiresti la tua musica?

D: Mi succede spesso che qualcuno mi chieda che musica suono. Io ribatto chiedendo cosa la mia musica fa venire in mente. Io, sinceramente, non ne ho la minima idea: c’è sicuramente del metal ma anche tanto altro. Spesso nelle recensioni leggo che ho una voce monocorde simile a quella di Giovanni Lindo Ferretti, ma boh, per me è tutto molto spontaneo e l’uso della voce viene da sé. Per quanto riguarda i testi è vero che ho un modo di scrivere frammentario, spesso creo diversi testi e poi lavoro di taglia e incolla, avvicinando le frasi che hanno un riferimento comune. È un lavoro divertente, devo dire.

V: Qualche tempo fa hai portato la tua musica negli USA. Cosa mi puoi raccontare di questa esperienza?

D: Il tour era stato organizzato dal capo della Radon. Siamo arrivati ad Atlanta e da lì siamo partiti per un coast to coast in furgone. Sicuramente la situazione è molto diversa da quella che c’è in Europa: gli Usa sono la patria del nazionalismo più becero anche a livello culturale e non a caso in alcuni locali eravamo i primi italiani o addirittura i primi europei a suonare. Per quanto riguarda l’attenzione del pubblico, dipende molto dal club in cui ti trovi e non credo si tratti di un fatto di nazionalità: abbiamo suonato in posto dove l’atmosfera era gelida e abbiamo suonato in luoghi dove la gente ci ha riservato un’accoglienza eccezionale, con tanto di baci e abbracci a fine concerto.

V: Prima accennavi a cose nuove sulle quali stai lavorando. Puoi dirmi di più?

D: Diciamo che ci sono un miliardo di abbozzi, sia relativi ai testi che alle musiche. Ad un certo punto dovrò ristabilire l’ordine, ma per ora ci sono circa quattro pezzi praticamente finiti che probabilmente andranno a finire in un promo che accompagnerà le copie del disco per la stampa.

V: Come vedi l’attuale scena musicale torinese?

D: Se ci si ricollega alle realtà musicali di successo in America o in Inghilterra, andrebbe detto che le scene ci sono dove è possibile permettersele, perché la disponibilità finanziaria condiziona tutto. A Torino le realtà musicali indipendenti sono indipendenti sotto tutti i punti di vista e ovviamente è un casino districare il groviglio di intrecci che non sono assolutamente ufficiali. Spesso gruppi che fanno cose simili non sanno nemmeno dell’esistenza l’uno dell’altro. Negli Usa non funziona così: il gruppo sfigato manda in giro il proprio promo, l’etichetta sfigata, che non hanno niente a che vedere con le etichette sfigate italiane, intendiamoci, riceve e pubblica, avendo a propria disposizione un mercato ristretto ma comunque discreto. Insomma, a Torino la situazione è buona, ma rischia di venire soffocata da questa ormai cronica mancanza di denaro.

Daniele Brusaschetto © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0