
Gatto Ciliegia contro il grande freddo su Discogs
Intervista realizzata con Fabio Perugia e Max Viale per ilcielosutorino.org il 10 settembre 2002 al Caffè Rossini (Torino)
Vincenzo: Cominciamo con qualche parola su It Is.
Max: It Is è il nostro terzo lavoro, in formato ridotto per esigenze discografiche. Abbiamo voluto sperimentare un po’, rielaborando e riarrangiando alcuni brani che amiamo molto. Negli ultimi tempi abbiamo ascoltato moltissima musica tradizionale napoletana, molti cantautori italiani e anche una serie di colonne sonore di compositori italiani. Ci intrigava soprattutto il discorso di riarrangiare brani tratti da film che avevano avuto un ruolo importante nella nostra infanzia. Per problemi di tempo abbiamo deciso di inserire nel disco due inediti e solo tre rifacimenti: “Lucignolo”, composto da Fiorenzo Carpi e tratto dalla serie televisiva e dal film Pinocchio, “The Persuaders Theme” da un telefilm americano e “Te voglio bene assaje”, canzone tradizionale napoletana che abbiamo reinventato in modo strumentale. L’idea di fondo è il ritorno alle radici italiane, volevamo approfondire l’aspetto melodico rispetto ai precedenti lavori dove questa ricerca c’era comunque ma era meno esplicita. In It Is tutto è molto più evidente, ci sono una serie di rimandi abbastanza chiari: le biglie in copertina rimandano all’infanzia, il gatto rimanda al nostro nome mentre anche il titolo può essere interpretato da una parte considerando “it” come l’inizio della parola “italiano”, dall’altra parte “it is” può voler dire che il Gatto è anche questo. Le recensioni che abbiamo letto continuano a paragonarci a artisti stranieri ma noi teniamo molto alla nostra italianità: siamo italiani e la musica degli americani non sappiamo farla, anche se la ascoltiamo.
V: Tra i cinque brani di It Is c’è una canzone, “La sequenza del fiore di carta”, dedicata a Pier Paolo Pasolini. Com’è nata questa dedica?
Fabio: È stata una vera e propria rivelazione. Avevamo già composto questi due inediti e scelto le cover da mettere sul disco e sentivamo ancora la necessità di creare un collegamento ideale preciso tra questi due blocchi. Mentre pensavo a che titolo dare a questo pezzo, mi sono reso conto di quanto Pasolini fosse stato importante nella crescita personale artistica della nostra generazione. Ne ho parlato subito con Max ed è stato subito d’accordo con me. È stata quindi una dedica giunta dopo la composizione del brano, ma ci sembrava che calzasse davvero a pennello.
M: L’importanza di Pasolini nella nostra infanzia è notevole. Quando è morto noi eravamo piccoli ed è stata una notizia abbastanza scioccante per l’epoca. Tutt’attorno c’era un alone di mistero e tu, bambino, non riuscivi a capire. Crescendo l’abbiamo conosciuto come poeta e artista, ma il primo ricordo che abbiamo di lui è relativo alla sua mancanza. Il titolo nasce da un episodio realizzato da Pasolini per il film “Amore e rabbia”, è una dedica spassionata a un grande poeta.
V: A proposito di titoli, come vengono dati i nomi alle vostre canzoni?
F: Come abbiamo recentemente affermato in un’altra intervista, beviamo otto coca e rum a testa e poi vediamo chi la spara più grossa! A parte gli scherzi, i titoli nascono sempre dopo la composizione del pezzo e soprattutto nascono quando decidiamo di mettere i brani su disco. Per il secondo disco c’è stata una ricerca precisa: avevamo pronti tutti i brani e abbiamo tratto i titoli pescando da un testo che avevamo scritto qualche tempo prima e che appare recitato in un pezzo. Ci interessava di dare un’identità unitaria all’album, dai titoli alla copertina, passando ovviamente per le musiche. Nel caso dell’ultimo disco, dei due brani inediti uno è appunto stato dedicato a Pasolini, mentre l’altro, “Alice”, è vagamente ispirato alla favola “Alice nel paese delle meraviglie”.
V: Recentemente un vostro pezzo è apparso sulla compilation Loser, my religion 2, iniziativa della webradio Loser. Com’è nata questa collaborazione?
M: Abbiamo conosciuto Andrea Girolami, il DJ di Loser, in occasione dell’uscita del primo disco. Ci aveva chiesto di partecipare ad una trasmissione ed era stata un’esperienza molto divertente, non ci aspettavamo ci fosse tanta gente che ascoltasse un programma via web. Invece, c’era così tanta gente in chat che il nostro computer si è inchiodato, obsoleto strumento. Siamo rimasti in contatto e qualche tempo dopo ci ha chiesto se volevamo partecipare a questa compilation scaricabile solo dal web. Noi abbiamo accettato volentieri, conoscevamo la prima edizione e c’erano gruppi interessantissimi. Per la seconda Andrea ha chiamato a raccolta diversi gruppi importanti nell’ambiente indipendente, facendoli lavorare insieme. Noi abbiamo chiamato i genovesi Lo-Fi Sucks! e poi siamo entrati in contatto con i Cods, gruppo della beware! il cui chitarrista e bassista Christian Alati ha partecipato alla produzione di It Is. Con questi due gruppi ci siamo scambiati dei suoni via e-mail, poi Fabio ha riarrangiato il tutto. La compilation, tra l’altro, sta ottenendo un successo strepitoso, dal momento che sembra che ci siano stati più di 8mila download. Ci sembra una maniera nuova e originale di intendere la fruizione della musica.
V: Mi tracciate un percorso artistico tra i vostri tre album?
F: Tutto è nato per gioco e per divertimento. Io e Max volevamo fare cose nuove, diverse dalle esperienze precedenti. Avevamo raggiunto una fase di stasi fino a perdere la voglia di suonare. Poi abbiamo scoperto che era sufficiente risolvere alcune questioni per ritrovare l’entusiasmo: abbiamo smesso di andare in sala prove per iniziare a suonare nelle nostre case, abbiamo rinunciato ad avere un batterista, elemento che ti lega molto dal punto di vista strutturale. Nel frattempo si è unito al gruppo Gianluca Della Torca e abbiamo scoperto che si poteva fare musica in modo diverso dal solito approccio rock. Abbiamo iniziato a divertirci, tirando giù una serie di brani nel giro di pochissimo tempo e facendoli sentire al solo John Vignola, patron della beware!, al quale sono piaciuti molto convincendolo a pubblicare il disco1 in tempi brevissimi. Inizialmente non c’era una linea musicale chiara, è stato tutto molto spontaneo. Il primo disco porta i segni di quello che ascoltavamo in quel periodo: Calexico, The Notwist, molto kraut rock e musica americana. Dopo l’uscita del disco abbiamo iniziato a dare un indirizzo più specifico alla nostra musica e in effetti il secondo disco2 suona più compatto. Abbiamo lavorato molto sui suoni rendendoli più omogenei e creando un lavoro volutamente freddo per segnare un cambio di rotta rispetto al primo album, che all’ascolto risulta un più vivace. La volontà di reinventarci di volta in volta è una costante della nostra storia musicale. Anche per questo EP abbiamo preso strade differenti. Il filo che unisce le diverse fermate di Gatto Ciliegia è, paradossalmente, proprio la necessità di cambiare, di non fermarsi ma di andare oltre. Per quanto riguarda invece la struttura umana del Gatto, ci siamo sempre trovati benissimo tra di noi, ma ci piace aprirci a qualche elemento esterno. È successo nel secondo disco, dove appaiono un violoncello e delle percussioni, e succederà presto dal vivo, dove momentaneamente allargheremo la formazione.
V: A proposito, come sarà il prossimo spettacolo live?
M: Abbiamo una vasta possibilità di scelta, porteremo brani dei tre dischi. Cercheremo di eliminare un po’ di basi elettroniche dando più spazio al suono acustico. Sarà un live nuovo, che offrirà un po’ meno di quello che è stato e un po’ di più di quello che sarà. Probabilmente coinvolgeremo altri musicisti, poi vedremo quanti date riusciremo a fare, visto che l’andamento dei concerti in Italia al momento mi sembra un po’ tragico, soprattutto per un gruppo come il nostro. Anche se sappiamo di avere una certa rilevanza dal punto di vista della critica e delle vendite, le situazioni per suonare sono sempre meno. Manca la veicolazione delle nuove idee, i locali che propongono musica dal vivo fanno fatica a sopravvivere. In Italia c’è poca voglia di rischiare, di puntare su un certo tipo di musica. I locali che hanno rischiato di più hanno anche rischiato di chiudere, anzi, alcuni hanno chiuso. Poi l’esterofilia è dilagante, nell’ambito del nostro genere, spesso i gruppi stranieri chiedono meno di noi perché riescono a coprire i costi con moltissime date in tutta Europa. Il prezzo da pagare è che anche gruppi come il nostro, considerati piccoli punti di riferimento per la scena indipendente, rischiano di essere visti poco dal vivo.
V: Ho notato un atteggiamento pressoché unanime della critica nei vostri confronti, e non ho trovato nessuna recensione negativa. Fa più piacere o paura?
M: Be’, sicuramente fa piacere ma che alla lunga rischia di diventare pericolosa. All’inizio ti senti molto lusingato ma dopo un po’ capisci che si tratta di un’arma a doppio taglio perché rischi di iniziare a lavorare in funzione della critica, cercando di creare ciò che ci si aspetta da te e rischiando di perdere la spontaneità. Questo a noi non è successo, abbiamo cercato di prendere tutto con il giusto distacco. Senza dubbio è importante che il giornalista ti ascolti e si accorga di te. Abbiamo sempre lavorato con etichette piccole, con budget bassi che non permettevano grandi campagne pubblicitarie. L’unica forma pubblicitaria che abbiamo a disposizione è la recensione del disco; se poi la recensione è lusinghiera, meglio ancora, è uno stimolo per continuare il tuo lavoro.
V: Parliamo della colonna sonora de “Il segreto del successo”.
M: Il regista Massimo Martelli è un vero musicofilo. Ascolta di tutto, ha trovato i nostri dischi a Roma e qualche tempo fa ci ha scritto una e-mail molto bella che ci ha colpito perché diceva che aveva scritto la sceneggiatura di un film con la nostra musica in sottofondo. Ci ha chiesto se volevamo lavorare con lui. Abbiamo subito deciso di incontrarlo perché la cosa ci interessava da sempre. È stato l’inizio di un rapporto lungo e stimolante. Inizialmente abbiamo lavorato sulla sceneggiatura, con pochissime indicazioni da parte di Massimo. Man mano che le riprese avanzavano, ha cominciato a mandarci alcune scene non montate e ha iniziato a darci qualche elemento in più. La fase del montaggio è stata la più impegnativa: Massimo ha fatto la regia alla nostra musica, conosceva le nostre atmosfere e ci diceva quello che voleva ottenere, chiedendoci di superare i nostri limiti. Solo un esempio: in una scena c’è una vecchietta che finirà male e Massimo ci ha chiesto un pezzo che anticipasse appena quel momento; noi gli abbiamo spedito un brano e la vecchietta l’avevamo fatta morire praticamente appena entra in scena!
F: Si è trattato di un lavoro molto diverso da quello a cui noi eravamo abituati. In generale, a meno che non registri per una major, la preparazione del disco non ti richiede scadenze ferree, mentre qui avevamo forti condizionamenti e scadenze precise. Ciò non significa che sia stato un lavoro noioso, anzi: credo che questa colonna sonora ci abbia aiutato ad evolverci, artisticamente perché, nell’insieme, Massimo ci ha lasciato moltissima libertà e la possibilità di dialogare sulle cose che non ci convincevano.
M: Quando vedi il film montato, ti senti parte di un’opera, è una grande soddisfazione. Nei cinema il film dovrebbe uscire questo autunno, anche se per esigenze di distribuzione potrebbe slittare a febbraio. È una commedia amara. La colonna sonora uscirà su CD quasi sicuramente, ma non sappiamo né quando né come.
V: Quali sono i vostri attuali riferimenti musicali?
F: Non ci sono riferimenti precisi, non ci sono mai stati se non nella fase iniziale. Ascoltiamo veramente di tutto, dai cantautori italiani, De André su tutti, alla dance commerciale, almeno per quanto mi riguarda, passando per il jazz. L’identità attuale di Gatto Ciliegia, tuttavia, è abbastanza definita da poter essere indipendente, slegata dagli ascolti del momento.
V: Come giudicate l’attuale scena musicale torinese?
M: Credo che si tratti di una bella scena, molto viva dal punto di vista creativo. Lo è sempre stata, ci sono tantissimi generi e nomi importanti. Dal punto di vista delle opportunità, mi pare che non si stia sfruttando al meglio il ricambio generazionale della scena. C’è una bella offerta musicale ma poca curiosità da parte di chi gestisce gli spazi della musica: pochi rischiano, altri hanno il monopolio degli eventi e puntano su grossi nomi o vecchie cariatidi. Fanno fatica a puntare sulla scena minore. Ci sono delle chicche musicali che spesso nascono anche da progetti collaterali, non bisogna lasciarsele sfuggire. Torino si trascina dietro questa situazione da molti anni, è comunque un periodo problematico per la musica in genere e ovunque. Dal punto di vista artistico Torino ha esportato molte cose, i Subsonica per primi, ma può fare molto di più. È una città piena di situazioni, spazi, mezzi e promotori che sanno lavorare bene.
F: E la situazione di Torino è la stessa di gran parte d’Italia, Milano e forse Roma a parte: ti sembra di ritrovarti in una bella situazione ma poi ti rendi conto che tutti si lamentano perché le opportunità non sono così tante come può sembrare.
Gatto Ciliegia © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0