
Intervista realizzata con Stefano Sardo per ilcielosutorino.org il 19 giugno 2003 al Caffè Elena (Torino)
Vincenzo: Ormai l’uscita di Mi manca chiunque risale a più di un anno fa, certe sensazioni dovrebbero essersi sedimentate. Riascoltandolo oggi cosa pensi?
Stefano: Il disco è uscito a marzo dell’anno scorso ma è stato registrato tra novembre e dicembre del 2001. Effettivamente oggi riesco a prendere le dovute distanze e vedo le cose in modo più lucido. Il disco ha segnato una svolta musicale e umana, c’era anche un certo cambiamento di aspettative perché prima non sapevamo se avremmo fatto altri dischi. La formazione era cambiata, io sono rimasto da solo e l’identità musicale del gruppo è cambiata in modo abbastanza netto. Ha avuto una coda lunga a livello di promozione: il video de “II cronista”, il momento promozionale più riuscito, è stato realizzato a gennaio, dopo dieci mesi. Normale perché nell’ambito indipendente funziona così, non puoi permetterti un’uscita col botto. La promozione si basa sul passaparola e poi cresce attraverso altri canali. Per noi, al di là delle vendite, è stato importante ricevere dei riscontri dal vivo, che sono stati piuttosto incoraggianti. Riascoltandolo oggi, credo paghi il fatto di avere due anime: una prima parte molto più intensa e meno solare, una seconda che è un po’ il retaggio di ciò che eravamo. È un disco di passaggio ma riesco a realizzarlo solo adesso. Ora stiamo mettendo in cantiere un nuovo album, non ho idea di cosa potrà venirne fuori. L’idea è di rimanere sulla strada battuta per le ultime cose, come “Il gioco” (del quale potrebbe uscire un video) o “La sindrome di Fredo”. Non è da escludere nemmeno la possibilità di un nuovo EP, vedremo.
V: Nell’ultimo anno avete girato parecchio in tour con i Subsonica. Com’è andata?
S: Per noi è stata una grandissima opportunità. Suonando come gruppo di spalla dei Subsonica ci siamo fatti annusare da un bel po’ di persone, con esiti assolutamente imprevisti e spesso entusiasmanti. Le vendite non sono cambiate più di tanto ma la sensazione di salire su un palco e far saltare 12mila persone è esaltante, soprattutto se quelle persone non sono lì per te.
V: Oltretutto con il grado di popolarità ormai raggiunto dai Subsonica, la finestra è stata ancora più importante.
S: Già, ormai sono un gruppone. Al prossimo giro mi aspetto che riempiano gli stadi. Per noi l’esperienza è servita a rasserenarci: continuiamo a fare una gran fatica dal punto di vista delle vendite ma è cambiato il clima in noi e attorno a noi. Ora siamo coscienti di fare qualcosa di buono. I numeri vanno legati alle circostanze, noi sappiamo quello che vogliamo fare e abbiamo creato un buon clima attorno al gruppo, costruendo un consenso tra il pubblico, la critica e la casa discografica. Ora tutto sta a fare un bel disco per cercare di fare il grande passo, il salto di qualità. Noi siamo ancora nell’interregno tra una dimensione piccola e una un po’ più grande. Non ci interessa guadagnare ed essere famosi, piuttosto fare della musica un mestiere consapevole e non qualcosa che cerchi di incastrare in qualche modo nella tua vita. La formazione funziona, la scia è quella giusta e non so cosa verrà fuori ma di sicuro un altro disco arriverà. Credo che sarà il più bello perché abbiamo un’idea abbastanza precisa di quello che vogliamo.
V: Insomma, per te è stata un’annata molto produttiva, tra concerti ed esperienze parallele come “Il cronista delle Kessler”1.
S: A fine 2001 ho scelto di fare l’artista a tutto tondo per vivere, con tutte le conseguenze del caso. A trent’anni avevo in ballo un disco e un libro, ho deciso di provarci. Quando si è discusso della promozione del libro mi è sembrato naturale coinvolgere gli altri Mambassa, fondendo queste due situazioni in una formula che ci ha dato una dimensione diversa, più salottiera, alla quale non eravamo abituati. Questa iniziativa e il tour coi Subsonica ci hanno permesso di stare in giro parecchio, cosa che ci ha reso molto più fluidi e affiatati sul palco e anche fuori. Oggi i Mambassa sono tornati ad essere un corpo unico. Nel frattempo sono andato a vivere a Roma per fare lo sceneggiatore, cosa a cui tengo molto, ci sono cose interessanti in ballo. Per me l’arte non è squadrata, si possono far coesistere senza problemi forme molto diverse tra loro. Adesso sto scrivendo il mio primo lungometraggio, un lavoro su commissione, un bel progetto del quale non posso parlare per scaramanzia. Insomma, ci sono un bel po’ di fronti aperti e una diversa percezione di quello che ci sta attorno, ci siamo scrollati di dosso un po’ di pregiudizi. Il problema è che se uno non ha grosse possibilità di mettersi in mostra, la prima opinione che l’ascoltatore si fa di te è quella che si porterà dietro per un bel po’: tipo, leggi “Cecchetto” sul disco2 e pensi “questi fanno canzoncine pop, robetta da niente” e non c’è molto che possa farti cambiare idea. Prendi il caso di Jovanotti: ha fatto “Gimme Five” e poi è stato rivalutato dall’intellighenzia solo perché ha sempre avuto una grande visibilità. Per noi il secondo disco è stato un disastro: è mancata tutta la parte promozionale e distributiva, fuori da Torino non si sapeva nemmeno della sua esistenza. Dopo 2m eravamo sinceramente scioccati, sembrava un buon disco, tutti ne parlavano bene ma nessuno riusciva a comprarlo. Oggi abbiamo iniziato a fregarcene delle vendite e le cose hanno iniziato a prendere un’altra piega. Il tour coi Subsonica è stato senza dubbio la cosa migliore dell’anno. È nato da un rapporto di stima e amicizia reciproca preesistente, così come la collaborazione con Lorenzo Vignolo per il video de “Il cronista”.
V: A proposito di amicizia coi Subsonica, com’è stato passare dalla produzione di Max Casacci a quella di Josh Sanfelici?
S: Innanzitutto va detto che il nostro suono è cambiato fin dalla sala prove: 2m è un disco molto prodotto, high-tech, con molto smalto addosso. Questo è principalmente dovuto alla nostra insicurezza che ci portava a cercare un album fatto di singoli ma alla fine l’effetto è troppo pieno, c’è un senso di iperproduzione abbastanza evidente. In Mi manca chiunque abbiamo dato meno spazio alla produzione e da questo punto di vista Josh è stato importantissimo. Josh non è tipo da pop, lui è tipo da camicia hawaiana e musica lounge ma ha fatto spesso il fonico per noi e ci conosce molto bene. È stato poco invasivo ma sotto traccia ha lavorato molto mentre Max è più dittatoriale e non si fa problemi nel dirti “quello fa schifo, questo è bello”. Josh parla poco ma fa un sacco di scelte sorprendenti e di gusto. Non so con chi lavoreremo in futuro, probabilmente ancora con Josh e tireremo dentro anche Max perché in questi mesi abbiamo parlato tantissimo. Poi prima o poi ci piacerebbe lavorare con un produttore inglese.
V: L’alleggerimento del suono sembra aver pagato e la stampa specializzata in generale sembra aver apprezzato.
S. Sì, a parte un paio di eccezioni le recensioni sono state buone. Sinceramente me lo aspettavo, sapevo che era un buon lavoro. Ma la recensione che ci ha fatto più piacere è stata la risposta del pubblico ai concerti: quando saliamo sul palco prima dei Subsonica una buona parte del pubblico non sa chi siamo, eppure apprezza. Non sono venuti a vedere te, quindi se tu non li convinci è facile sentire partire i fischi e invece è andata benissimo. Insomma, abbiamo fiducia, le basi ci sono. D’altra parte ci sono band che rimangono nell’ombra per anni prima di salire sulla ribalta. Penso ai Tiromancino: che qualche anno fa dovettero annullare il concerto al Barrumba per zero paganti, una cosa che ti spacca davvero. Ora vendono 100mila copie. Sono encomiabili, per superare queste situazioni devi avere una forte solidità mentale. In Italia devi fare un purgatorio molto lungo, attraverso il quale si seleziona chi andrà avanti e chi no. Sono in tanti quelli che attraversano grandi momenti per poi perdersi.
V: Passiamo a parlare dei testi: quanto c’è di autobiografico nelle storie che raccontate?
S: C’è molto perché si deve sempre attingere alle cose che si conoscono per suonare credibili. Però in questo disco credo di essere riuscito ad essere più narrativo e un po’ meno diretto, attraverso storie e personaggi creati ad hoc per narrare delle sensazioni. Credo che sia necessario partire da quello che si sa, ma c’è un discorso di onestà molto importante: la gestione dell’emotività spalmata sulla storia che racconti deve essere autentica, altrimenti si tratta di un puro esercizio di stile. Il problema dello scrivere canzoni in italiano è che la metrica è molto rigida, non sempre riesci ad inserire in un testo le parole che vorresti e se forzi la metrica senti l’artificio. Al contrario, a volte per stare nella metrica rischi di cadere nel banale. Quando il trucco riesce è davvero bello. Nelle canzoni rock, peraltro, credo sia importante non tutto il testo ma trovare le frasi giuste nei momenti giusti della musica. In questo senso, amo molto i testi di Manuel Agnelli, proprio per quei due o tre punti di pathos musicale nel quale c’è quella frase che vorresti sempre cantare. Poi c’è tutto un artigianato intorno, un lavoro di cesello sul testo molto importante nel quale io mi sento molto migliorato rispetto a prima. Scrivere una canzone non è facile: a volte viene fuori da sola, con la musica associata già ad una frase o ad un testo vero e proprio, altre volte ti ritrovi con il pezzo già fatto dal punto di vista musicale e non riesci a trovare le parole che si adattino alla melodia.
V: Mi sembra quindi di capire che il vostro modo di lavorare parta dalla musica per poi arrivare al testo.
S: In realtà dipende molto da chi scrive il pezzo. Se la musica è fatta da me, quasi sempre c’è già un testo o un pezzo di testo; se invece parte da Lemon magari sono solo tre accordi che devono diventare qualcos’altro. Si inizia a cantare in finto inglese o con i “na na na” e poi bisogna metterci dentro le parole. Mi è capitato di fare testi per altri, come i Tribà, ma è molto più facile perché so che non li incarnerò io, non devo preoccuparmi che ciò che dico mi calzi a pennello, posso anche essere più rilassato. Quando invece scrivo per i Mambassa è un processo più interiore, anche più doloroso. Diventa ciò che rappresenta me e il gruppo perché anche gli altri devono sentirsi a proprio agio con le parole che racconto: se inizio a cantare “sei troppo bella, troppo bella, troppo bella” gli altri mi prendono a calci!
V: Parliamo un po’ delle tue esperienze extramusicali: romanzi, racconti, cinema.
S: “L’America delle Kessler” è stato scritto cinque o sei anni fa, poco dopo la laurea. L’ho proposto a diversi editori, sono arrivato molto vicino a pubblicarlo ma poi non se ne è fatto nulla, io ho preso altre strade e il manoscritto è rimasto nel cassetto. Qualche tempo fa l’ho fatto leggere ad un agente letterario, che si è interessata e mi ha chiesto di rivederlo. Ne ho riscritto circa la metà, migliorando la struttura già esistente, fino ad arrivare alla pubblicazione per l’Arcana. La cosa brutta dello scrivere libri è che pensare che qualcuno sta leggendo quello che tu hai scritto è una roba di un’impudicizia tremenda: quando suoni c’è la musica, gli altri, mentre quando quello che hai scritto viene letto ti viene da dire “ma no, non è la mia vita, non sono io!”, anche perché la mia esperienza è solo un punto di partenza, non volevo certo raccontarmi ma piuttosto esorcizzarmi. Adesso ho un’idea per un altro libro, forse scritto a quattro mani. Ho scritto un racconto per un libro uscito con la Gazzetta dello sport]efn]Il volume “Schema libero”, contenente racconti di Michele Mari, Carlo Lucarelli e Davide Longo tra gli altri.[/efn_note], progetto molto interessante e ben riuscito nel quale emergono le fobie calcistiche attraverso i racconti dei componenti del Soriano Football Club, la nazionale scrittori. La vera scommessa però è rappresentata dal cinema, il campo nel quale vorrei lavorare fin da quando ero piccolo anche se poi la musica mi ha portato da altre parti. Quando avevo vent’anni a Bra mi sbattevo moltissimo, giravo lunghi e mediometraggi coinvolgendo i miei amici; alla fine uscivano fuori delle cagate pazzesche ma c’era una grande passione dietro. Ora sto cercando di riappropriarmi di questa passione, e le vibrazioni sembrano buone.
V: Torniamo a parlare di Mi manca chiunque. Ci sono due canzoni che colpiscono in modo particolare, “L’elefante” e “Lo scontro”. Qual è il loro ruolo nel disco?
S: Sono tra le prime canzoni che abbiamo scritto per Mi manca chiunque, quando non sapevamo ancora nulla del nostro futuro. “L’elefante” parte parlando della nostra situazione in quel momento, con quella frase “è successo che poi non ho avuto successo e forse e già finita qua” che simboleggiava bene il nostro stato d’animo dopo 2m. Era un modo per dire “forse abbiamo chiuso” e non è una cosa da niente perché avevamo investito tempo ed energie in qualcosa che poi non aveva funzionato. Poi la canzone vira e parla di una persona che ricorda tutto, ma si tratta di uno squarcio di verità autentica che dà credibilità all’intero testo. “Lo scontro” non è dedicato a una persona in particolare ma all’incoerenza che caratterizza spesso le persone che ci stanno vicino. Pensa alla politica: quanto cambiano le persone per andar dietro ai benefici del potere. Più nel piccolo, non c’è niente di peggio di incontrare una persona che conoscevi bene e che trovi cambiata in modo netto: ti viene da dirgli “io so chi eri davvero”. Per me la coerenza è una cosa che pago sempre carissima ma è un valore importante e sempre più sputtanato. È uno dei testi che mi piacciono di più perché dice le cose giuste nel momento giusto.
V: Domanda secca: tre dischi e tre libri ai quali non potresti mai rinunciare.
s: London Calling dei Clash, Ziggy Stardust di David Bowie e Doolittle dei Pixies per quanto riguarda i dischi, anche se è difficile limitarsi a tre! Per i libri parlerei di romanzi che per me sono stati importanti, al di là del loro valore: “Alta fedeltà” di Nick Hornby, perché quando l’ho letto ho pensato “scrive come vorrei farlo io”; poi “Natura morta con picchio” di Tom Robbins, un pazzo scatenato quanto geniale nelle singole frasi, e infine “Le correzioni” di Johnatan Franzen, davvero molto bello. Ci sono libri che colpiscono perché arrivano nel momento giusto, quando tu hai bisogno esattamente di quello. Poco importa se anni dopo, rileggendo, scopri che si tratta di una minchiata.
V: Ultima domanda: come vedi l’attuale scena musicale torinese?
S: La vedo bene, sicuramente. Abbiamo delle superstar come i Subsonica di cui dobbiamo essere fieri per il modo diabolico in cui riescono a mantenere il timone nella giusta direzione, poi abbiamo gruppi storici che ormai rappresentano delle certezze, come gli Africa Unite. Tra le nuove generazioni i Linea 77 sono quelli che hanno raggiunto il livello più alto, mentre gli altri, Mambassa compresi, sono arrivati finora solo fino ad una certa soglia senza riuscire a fare quel passo in più decisivo. Mi piacciono moltissimo i Perturbazione, i Wah Companion, i Medusa e diverse altre cose torinesi. La cosa positiva è che siamo in una città che sta migliorando tantissimo, e quando le cose vanno così, cose buone ne escono per forza.
Mambassa © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0
- Primo romanzo di Stefano, pubblicato da Arcana nel 2002.
- Il primo album Umore blu neon fu pubblicato dalla Free Records Independent di Claudio Cecchetto, la stessa casa discografica di 883, Fiorello e il primo Jovanotti.