Mau Mau

Mau Mau © 2006 di darko kerim su licenza CC BY-SA 3.0

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Intervista realizzata con Luca Morino per News Italia Press il 23 ottobre 2001 in un bar di Borgo Dora (Torino)

Vincenzo: Come nascono i Mau Mau?1

Luca: Il gruppo nasce nel ’91 come trio. Al tempo io vendevo carabattole qui al Balon il sabato, quindi ci è sembrato naturale cominciare a fare concerti acustici qui, senza impianto, per le strade. Ovviamente abbiamo sempre avuto problemi a causa della severità dei vigili e delle loro multe salate. Ma ci ha permesso di farci conoscere un po’ dai torinesi, poi da cosa è nata cosa e adesso siamo qui.

V: C’è un certo legame con l’emigrazione e l’immigrazione nel vostro percorso artistico, a partire dalla scelta del nome.

L: “Mau Mau” è come i piemontesi chiamavano, in modo piuttosto spregiativo, i meridionali che venivano qui per lavorare alla Fiat. Fin dalla nostra nascita abbiamo avuto un preciso collegamento con l’emigrazione e ci interessa tutto ciò che l’emigrazione rappresenta.

V: Ci sono due canzoni in particolare che parlano di italiani all’estero: “Ellis Island” e “Union Pacific”. Vuoi spiegarci la loro genesi?

L: Sia “Ellis Island” che “Union Pacific” sono state scritte in seguito ad un viaggio a New York. Come tu sai, Ellis Island è l’isola di fronte al porto New York punto di passaggio per tutti gli emigranti che venivano da fuori gli USA. É un posto molto carico, oltre che di umanità e di storia, anche di energia, un’energia presente anche in assenza delle cose, perché in realtà adesso non c’è niente: c’è solo un museo e un enorme muro con stampati sopra i nomi di 400mila tra i dodici milioni di emigranti che sono passati di lì. Uno dei miei prozii è passato anche lui attraverso Ellis Island e ho trovato necessario scriverci qualcosa sopra. E lo stesso dicasi per “Union Pacific”, un pezzo scritto in un inglese maccheronico che non esiste, ma è soltanto la trascrizione della pronuncia. La prima idea di questo pezzo mi era venuta quando al Balon avevo trovato un piccolo diario di un emigrante del sud Italia che era in America e che stava cercando di imparare i numeri in inglese; ad esempio, per scrivere sei, “six”, lui scriveva “secchese” e così via. Da lì mi è venuta l’idea di scrivere una piccola poesiola su questo modo di affrontare una nuova cultura e una nuova lingua.

V: Nelle vostre canzoni avete sempre alternato l’italiano al dialetto. A cosa è stata dovuta questa scelta?

L: Il dialetto ci è sembrata una scelta necessaria fin dall’inizio, ed è stata una scoperta per noi stessi: siamo tutti di Torino ma parlavamo poco il dialetto nel contesto privato. Mi piaceva l’idea di far emergere la nostra cultura attraverso qualcosa che non appartenesse a tutti, cioè attraverso la diversità.

V: E sul pubblico che effetto ha?

L: C’è una doppia valenza nel cantare in dialetto. Da una parte sai che uscendo dalla tua zona originaria nessuno ti capirà, dall’altra il fatto di essere incomprensibile ai più era uno stimolo per far sì che il messaggio musicale fosse comprensibile in altri modi. Ci siamo trovati a suonare in situazioni lontanissime da noi e siamo stati compresi perfettamente.

V: Torniamo al tema dell’emigrazione e dell’immigrazione. Recentemente su un giornale è nato un dibattito tra due posizioni ben differenti: i fenomeni migratori sono un problema sociale o un segno della maturità dei popoli?

L: Io credo si tratti di un problema sociale. Il gioco dell’economia mondiale ha fatto sì che la grande scatola magica che è la televisione arrivi in qualsiasi angolo del mondo, riuscendo a commercializzare prodotti ovunque. Peccato che arrivino anche in quei posti dove c’è soltanto la televisione che presenta un certo tipo di mondo, e null’altro. Ad esempio, attraversando il sud del Marocco, ho visto capanne fatte di fango ma tutte con l’antenna parabolica che spuntava dal tetto; in queste condizioni può succedere che chi sta lì in mezzo al deserto che guarda la sua bella televisione ad un certo punto pensi “magari voglio farmi anch’io una storia come quelle che vedo nella pubblicità” e si sposta per cercarla. Per quanto riguarda invece l’emigrazione il discorso è all’incirca lo stesso, visto che dove non c’era ancora la TV c’erano la radio o i cinegiornali che funzionavano allo stesso modo. Io penso che gli immigrati nel nostro paese in questo momento stiano affrontando la stessa situazione che gli italiani hanno vissuto e vivono tutt’ora fuori dell’Italia, perciò è normale che ci sia da una parte un sentimento di chiusura. É fondamentale la volontà di integrarsi per gli uni, di essere tolleranti per gli altri, cercando di creare un rapporto di scambio tra culture differenti.

Mau Mau © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0

  1. Questa intervista è stata realizzata per News Italia Press, un’agenzia di stampa che si rivolgeva alla rete di media degli italiani all’estero. Per questo motivo è centrata soprattutto sul tema delle migrazioni.