My Cat is an Alien

My Cat is an Alien @ Paradox © 2013 di Incubate Tilburg su licenza CC BY-NC-ND 2.0.

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Intervista realizzata con Maurizio e Roberto Opalio per ilcielosutorino.org il 3 luglio 2003 in piazza Vittorio Emanuele II (Torino)

Vincenzo: iniziamo a parlare de Il segno, il vostro disco in uscita.

Roberto: È cominciato tutto con un mio testo, intitolato appunto “The Sign” e che doveva inizialmente restare in inglese. Poi sono rimasto affascinato e divertito dal modo in cui “il segno” viene pronunciato in inglese e abbiamo deciso di mantenere il termine in italiano. L’idea è piaciuta anche a Seymour Glass della Starlight Furniture Co., un attento ascoltatore che aveva apprezzato già Landscapes of an Electric City. Il segno affronta nuovamente il tema della città, probabilmente in modo più trasversale di quanto non facesse Landscapes… che era un tributo volontario a Torino. Il concetto che sta alla base è la presenza di spazi vuoti, tutto ciò che c’è tra lo strato di cemento che rappresenta il suolo e ciò che c’è al di sopra. Ovviamente, nonostante questa idea surrealista valga per tutte le metropoli, il nostro punto di partenza è stato nuovamente Torino, alla quale siamo molto legati dal punto di vista emozionale: amiamo questa città, troviamo che abbia un’atmosfera particolare e magica ma ci rendiamo conto che siamo sempre più isolati, non solo fisicamente ma soprattutto psichicamente. Il testo scaturisce da una serie di mie considerazione in contrapposizione tra di loro, che si sono trasformate dal particolare all’universale; continuo a vedere il cemento e il cielo come due paralleli che forse non si toccano ma hanno sicuramente molto in comune.

Maurizio: Musicalmente il lavoro è stato concepito come un’improvvisazione totalmente free, come molto spesso ci capita. È stato registrato a ottobre, un mese che a Torino è molto particolare, ti dà bene l’idea di elettricità statica e non a caso il tutto è molto ombroso, nebbioso.

V: Rispetto ai lavori precedenti ci sono state innovazioni particolari?

M: La differenza sostanziale tra Il segno e le nostre cose precedenti sta nel fatto che questo è il primo disco nel quale l’improvvisazione è davvero free: nelle altre occasioni improvvisavamo avendo già in mente una struttura di massima mentre stavolta siamo partiti avendo in mente soltanto il testo recitato.

R: Diciamo che è sempre una composizione istantanea ma in misura maggiore: quando abbiamo acceso gli amplificatori non avevamo nessuna idea musicale, nemmeno riguardante la scelta degli strumenti da utilizzare. In Landscapes…, se non altro, avevamo delle linee guida dalle quali partire; in questa occasione no, e anche la batteria del nostro amico Viggiu Vortex si è inserita in questo contesto realmente libero. È stato un altro piccolo passo in avanti, insomma. Il problema della composizione istantanea è che non sempre hai la possibilità di far uscire immediatamente il tuo lavoro, per l’ascoltatore non è un problema ma per l’artista sì. Da quando lo abbiamo registrato abbiamo pubblicato cose più recenti tramite la nostra etichetta Opax, e solo adesso siamo riusciti a pubblicarlo. Questo scarto temporale non riguarda solo noi ma tutto il nostro ambito musicale: se compri l’ultimo disco di Keiji Haino ti accorgi che è stato registrato quattro o cinque anni fa, lo stesso può succedere con i lavori di Derek Bailey. Ora siamo molto contenti che esca per la Starlight, una delle label che riteniamo più interessanti a livello mondiale.

M: Dal punto di vista artistico è l’improvvisazione stessa che non richiede una pubblicazione immediata. I dischi di canzoni sono più legati alla propria contemporaneità perché il pop, dove per pop intendo qualunque cosa rispetti in qualche modo la forma canzone, è per sua definizione legato al suo tempo. Nel nostro campo, invece, la contemporaneità resiste solo nell’attimo in cui suoni ma una volta concluso ciò che volevi ti ritrovi in un contesto assolutamente atemporale.

V: Prima si parlava della Starlight Furniture Co.. Come siete arrivai a questa etichetta?

R: Avevamo pronto questo disco al quale tenevamo molto e abbiamo provato a spedirlo a Seymour. È stato tutto molto istintuale, abbiamo spedito il lavoro solo a lui e per una questione di pura casualità lui ci ha risposto subito dicendo che era rimasto entusiasta e che sarebbe stato molto ben disposto a pubblicare il disco sulla sua etichetta.

V: Usciamo un po’ dall’ambito del nuovo disco. Qual è il ruolo dell’improvvisazione nella vostra musica, soprattutto alla luce dei lavoro precedenti?

R: Abbiamo iniziato a lavorare in modo massiccio sul concetto di improvvisazione da Landscapes…, poi da lì abbiamo approfondito questo aspetto attraverso edizioni limitate uscite su CD-R presso la nostra etichetta personale. Il primo pretesto per la nascita dei The alien CD-R attack series! è stata la volontà di pubblicare un nostro concerto di spalla ai Sonic Youth durante il tour olandese. È stata una scommessa, in Italia ci sono ancora molti pregiudizi sul formato CD-R che viene considerato alla stregua dei demotape prodotto dai gruppi delle cantine, da presentare alle case discografiche come un qualcosa ancora da sviluppare. In realtà l’idea del CD-R a noi sembra inevitabile: adoriamo il vinile, ci piace poco il CD, sia a livello di suono che a livello concettuale, con questa sua presunzione di eternità tutta da dimostrare. Il CD-R è esattamente come un normale CD, con la differenza che non è un prodotto industriale ed è una cosa che gestisci tu. Puoi dare un’identità individuale ad ogni singolo pezzo, ad esempio dipingendoci sopra, abbinandolo con edizioni artistiche ed artigianali; sei libero di fare tutte le copie che vuoi, senza limiti se non quelli di concezione da parte degli altri. Negli USA ci sono molte band che hanno la nostra stessa necessità di far uscire molte cose e che diversamente non potrebbero uscire per motivi economici e pragmatici e che per questo si affidano a questo formato: parlo di Jackie-O Motherfucker di Charalambides, gente legata a etichette come l’Eclipse ma che autoproducono regolarmente su CD-R con una grande qualità di contenuti. Inoltre si stanno piegando a questa logica anche label importanti come la VHF o la Touch, oppure le etichette di jazz d’avanguardia. Anche Brian Eno ha scelto questo formato per molte sue uscite. Tutto questo non basta a cambiare l’idea che non solo in Italia ma anche in Europa si ha del CD-R. Tra le altre cose è interessante anche la parabola dei neozelandesi The Dead C, che da quando hanno avuto la copertina su Wire sono un nome importante. Sono partiti autoproducendosi, poi sono passati sull’etichetta americana Siltbreeze, dopo di che hanno iniziato a pubblicare materiale parallelo autoprodotto. Tra parentesi, il prossimo disco su Starlight, che uscirà subito dopo il nostro, sarà proprio il nuovo dei Dead C, che pare sia un gran bel lavoro.

M: Vorrei ricordare anche Sun Ra, che senza la sua etichetta Saturn non ci avrebbe regalato le stesse cose. Sun Ra si pressava a mano 50 copie di vinile a freddo, e quando lo ascolti capisci perché sono lavorati in questo modo, dipingendo a mano le copertine e distribuendo soprattutto i concerti. Senza le sue autoproduzioni buona parte del suo materiale migliore sarebbe rimasto solo un’idea.

V: Tra le altre cose, in contrasto al CD come prodotto in serie, il CD-R permette di creare oggetti unici, e il vostro caso è abbastanza tipico.

M: Ti apre una serie di possibilità enormi, soprattutto per chi frequenta anche altri ambiti come pittura e scultura come noi. Ti permette di riunire in un unico oggetto più aspetti della tua sfera artistica.

V: A questo proposito, come viene fuori l’artwork de “Il segno”?

R: È stata una cosa molto particolare. La Starlight è un’etichetta molto piccola nonostante produca cose molto interessanti e parecchio in vista, però si può considerare anche la label della Revolver e infatti il proprietario della Starlight lavora con il grafico della Revolver. Quando si è deciso di far uscire il disco, questo grafico si è fatto sentire dicendo che era stato molto colpito soprattutto dall’idea del mio testo e che era interessato a realizzare un’idea grafica per il disco. Noi abbiamo accettato, e una volta ricevuta la bozza del progetto, siamo rimasti esterrefatti perché il suo disegno coglieva in modo assoluto l’idea stessa del nostro lavoro. Abbiamo accettato ben volentieri di utilizzarlo. È la prima volta che non ci occupiamo direttamente dell’artwork e per il prossimo disco riprenderemo tutto in mano noi, però questa volta siamo rimasti davvero colpiti. Oltretutto, Seymour ha insistito per inserire, almeno nelle prime stampe, una inner sleeve all’interno del disco dove viene riportato il mio testo su un lato e una mia polaroid dall’altra.

V: A proposito dell’altro lavoro in uscita, cosa si può dire?

M: Uscirà probabilmente a fine autunno ed è un lavoro molto importante per noi. Si tratta di un doppio album1 che uscirà per l’Eclipse Records, etichetta dell’Arizona che al momento è particolarmente lanciata quotata. Pubblica lavori di Acid Mothers Temple, Fursaxa, Charalambides e Sun City Girls. Per noi è un grande onore, molte di queste sono tra le nostre band preferite e in più la label pubblica esclusivamente in vinile.

V: Cosa conterrà questo disco?

M: Sarà un disco più particolare che parte sempre dall’idea di composizione istantanea ma stratificata. È la prima volta in cui abbiamo creato un soundscape improvvisato sul quale abbiamo costruito un’architettura musicale altrettanto improvvisata. È una sorta di work in progress, una cosa che abbiamo sviluppato nel tempo senza conoscere il punto di partenza né quello di arrivo. Ci saranno parti cantate e recitate, è probabilmente il lavoro più variegato e scuro che abbiamo mai fatto, a livello di atmosfera lo avvicino a Lorca di Tim Buckley, molto blues nel senso più vasto del termine.

V: Come è strutturato un vostro live e come risponde la gente alla vostra proposta?

M: C’è qualche problema logistico qua in Italia. Siamo partiti bene aprendo per i Sonic Youth qui a Torino, di fronte a 20mila persone. Allora il gruppo comprendeva più persone e avevamo degli scheletri di pezzi che poi sviluppavamo sul palco. Poi il gruppo si è ridotto a un duo e ora progettiamo le cose in maniera completamente diversa in base al contesto nel quale ci troviamo a suonare. Ad esempio l’anno scorso abbiamo portato in giro uno spettacolo basato sui nostri pezzi più vicini alla forma canzone, sfruttando anche l’intervento di Viggiu alla batteria, poi abbiamo virato verso l’improvvisazione pura. Quest’anno in Italia abbiamo suonato pochissimo, e anche nei prossimi mesi ci concentreremo sull’Europa e sugli Usa. Sul palco ci organizziamo ogni volta in un modo molto libero: a volte utilizziamo solo due chitarre, altre volte integriamo delle percussioni, sempre suonate in tempo reale da noi due .

R: L’idea che ci alletta di più al momento è quella di non proporre un semplice concerto ma di creare una specie di performance, una sorta di installazione audio-video. Stiamo cercando di farlo dove possibile, perché non in tutti i locali dove suoniamo c’è questa possibilità. Ci interessa dare una versione meno costrittiva e più complessa dello show.

M: A maggio abbiamo suonato all’Interzona di Verona, in un contesto di mostre d’arte d’avanguardia dove c’era di tutto, dalla pittura ai video. Lì siamo riusciti a proporre uno spettacolo di questo tipo con un concetto diverso: non delle vere partiture ma uno scheletro concettuale che seguiamo in maniera scrupolosa. Questa è la direzione che vorremmo continuare a seguire.

V: Il tema dell’isolamento e dell’alienazione ricorre spesso. Dal punto di vista artistico, trovate delle anime affini alle vostre, oggi, in Italia?

M: Un paio di amici li abbiamo anche qui anche se magari a livello musicale non sono affatto affini a noi. Penso ai concittadini Larsen, con cui sussiste un rapporto di stima reciproca, e agli Starfuckers. Guarda caso ho nominato due gruppi italiani che sono usciti al di fuori dell’Italia. Qui ogni due minuti si parla di gente che sta vendendo da qualche parte ma alla fine sono tutte stronzate, perché le uniche cose certe sono date dal responso degli altri artisti che valgono, di alcune etichette e di alcuni media. A noi recentemente è arrivata la comunicazione del direttore della radio più famosa di New York, che ci chiedeva altro materiale perché diceva che Landscapes… era già girato molto: be’, in questa radio gli unici altri artisti italiani programmati sono proprio Starfuckers e Larsen; lo stesso accade quando sfogli Wire. Non voglio fare nomi, ma trovo che qui ci sia gente davvero pretenziosa che magari ti insulta perché i prezzi dei nostri CD-R sono troppo alti. È una questione di invidie tutte italiane, segno di un provincialismo davvero becero. Quando Rafael Toral è uscito fuori grazie a Thurston Moore, sul disco ha fatto inserire alcune sue considerazioni personali, tra le quali una frase che suonava come “il Portogallo è un paese che uccide i musicisti creativi”. Sarà pure così ma in Portogallo la nostra scena vende dieci volte di più che in Italia.

V: Ultima domanda, che mi incuriosisce molto: quali sono i vostri ascolti attuali?

M: Infiniti, sul serio. Ognuno ha la droga che si sceglie, la mia è la musica. Posso anche passare dieci ore in studio a registrare, vado a casa e metto su almeno un paio di dischi. Credo che quando si ha una passione di questo tipo sia naturale non accontentarsi di ciò che trovi nel negozio dietro l’angolo ma scavare fino in fondo cercando sempre qualcosa di nuovo. Spaziamo dall’avant jazz al free jazz delle origini, al blues rurale degli anni ’30.

R: Ultimamente sto ascoltando moltissimo Ever Borneo! dei No-Neck Blues Band, un ensemble di New York che lavora molto sull’improvvisazione blues. Poi i Jackie-O Motherfucker e i dischi su Saturn di Sun Ra.

M: Visto che abbiamo parlato male dei CD, ne aggiungo un paio che sto ascoltando in questi giorni: il box Adnos di Eliane Radigue, l’ultimo di Keiiji Haino, poi Loren Mazzacane Connors, Fursaxa, diversi titoli dei Charalambides, i dischi di Blind Lemon Jefferson e infine Alice Coltrane, con il suo primo lavoro, A Monastic Trio.

My Cat is an Alien © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0

  1. Si tratta di The Rest is Silence.