
Intervista realizzata con Roberto “Tax” Farano per ilcielosutorino.org il 19 luglio 2002 al parco del Valentino (Torino)
Vincenzo: Iniziamo dai Negazione, dall’antologia 1983-1992 Tutti pazzi e dalla contemporanea apparizione del sito internet, entrambi a dieci anni di distanza dallo scioglimento. Com’è nato questo ritorno?
Tax: Per anni non abbiamo pensato di fare nulla del genere anche se l’orgoglio per quello che si è fatto è rimasto intatto. Lo spunto è stato il voler risolvere delle questioni con la nostra vecchia etichetta We Bite!, con la quale abbiamo avuto e abbiamo tutt’ora qualche problema. Per contratto tutti i master sono rimasti loro proprietà per dieci anni, poi ci siamo trovati liberi di fare ciò che volevamo. La prima idea che è ci è venuta è stata quella di realizzare un sito nel quale mettere a disposizione tutti i nostri dischi in formato MP3 ma ci siamo resi conto che per un appassionato il supporto fisico rimane un oggetto con maggiore valore. Casualmente ci sono arrivate due o tre proposte discografiche, molto diverse tra di loro. Le abbiamo valutate e alla fine abbiamo scelto quella della V2, a nostro parere la più interessante soprattutto sotto il profilo della distribuzione e del prezzo suggerito. Non abbiamo abbandonato l’idea di mettere tutte le canzoni a disposizione liberamente in rete, insieme a tutto quello che c’è stato attorno ai dischi. Strada facendo abbiamo pensato di chiedere di scrivere un ricordo dei Negazione a un gruppo di amici di quei tempi: alcuni di questi frammenti sono finiti sul booklet del CD, altri troveranno posto nel sito. Ci teniamo molto a questi ricordi, che per noi rappresentano una fonte di documentazione importante di quegli anni e della nostra storia.
V: Mi sembra di poter dire che la risposta a queste iniziative è stata davvero ottima e nonostante gli anni passati potete vantare ancora un seguito piuttosto caloroso.
T: Sicuramente le risposte alle due iniziative sono state confortanti. Ho notato, sia attraverso il guestbook che attraverso gli scambi individuali di e-mail, che c’è soprattutto una grande quantità di ragazzi giovani che in quegli anni non c’erano e che però e amano la nostra musica. Per noi questa è sicuramente una grandissima gratificazione, la conferma che quello che abbiamo fatto ha lasciato delle tracce tangibili a distanza di anni.
V: Anche all’estero il vostro nome è ancora conosciuto e apprezzato. In questo senso i Negazione rappresentano un’eccezione nella scena alternativa italiana, che fa spesso fatica a rendersi visibile fuori dall’Italia. Come lo spieghi?
T: A metà degli anni ’80 c’è stata un’ondata di hardcore italiano di un certo valore: Indigesti, Wretched, Raw Power e Kina, tutti gruppi con uno stile proprio e che non avevano paura di portare la propria musica in giro, seppure tra mille difficoltà. Spesso quando si andava a suonare in Olanda, piuttosto che in Germania, la gente si stupiva che fossimo italiani, popolo che all’estero viene quasi sempre identificato con la musica leggera. Pochi artisti italiani si erano spinti fino a quei paesi. Noi ci inventammo letteralmente il modo di andare in giro a suonare. Al tempo le etichette italiane e quelle europee tendevano a seguire il gruppo solo nel proprio paese, senza interessarsi a far conoscere la musica dei propri artisti all’estero, era troppo complicato. Per un artista questo era limitante perché impediva di creare una rete di contatti a livello internazionale capace di portarti più possibilità e di farti crescere a livello umano e musicale. Se tu ti sbatti per andare a suonare fuori automaticamente nella tua nazione verranno a suonare gruppi di altri paesi e invece oggi in Italia la situazione è un po’ statica. Si possono ascoltare dal vivo gli artisti italiani e i gruppi statunitensi ma poco altro.
V: In effetti la cosa è strana. qualche tempo fa, parlando di musica con un ragazzo di Amsterdam, era uscito fuori che i nomi italiani che conosceva erano Ramazzotti, la Pausini e i Negazione.
T: Non è la prima volta che sento una storia del genere. Va detto che il rapporto che abbiamo avuto con Amsterdam è stato particolare, per noi è stata una seconda casa. Io stesso ci ho vissuto per diversi mesi nell’87, quando noi eravamo come al solito senza un batterista. Amsterdam poteva vantare una scena musicale di tutto rispetto, fin dalle prime date effettuate lì ci rendemmo conto che c’era un’energia particolare che non abbiamo trovato altrove. Non a caso i primi dischi sono nati lì.
V: A proposito della vostra perenne ricerca di un batterista: quanto ha contato nella storia dei Negazione l’amicizia tra te, Zazzo e Marco?
T: Quando sei in un gruppo di amici stretti e intimi, con i quali condividi un progetto comune, nasce una forza particolare che rende più difficile l’ingresso a qualcun altro. Il problema del batterista non nasce tanto da nostre pretese eccessive: anche quando trovavamo un batterista in gamba, umanamente affine a noi, dopo un po’ affioravano i problemi perché non si riusciva a fare gruppo nel modo che intendevamo noi. L’unico che è riuscito per un certo periodo ad inserirsi davvero nel nucleo del gruppo è stato Fabrizio Fiegl, tra l’85 e l’88, anche se anche la sua partecipazione ha avuto diverse vicissitudini. Fabrizio ha lasciato il gruppo una prima volta, nel periodo in cui io sono andato a vivere ad Amsterdam, poi lui e Marco sono andati in tour con gli Indigesti e ci siamo rivisti in Olanda. Durante questo viaggio gli è venuta voglia di tornare. Io sono rientrato a Torino e abbiamo registrato Little Dreamer insieme. Poco dopo la registrazione, prima di partire per un tour di due mesi e mezzo, Fabrizio ci ha lasciato di nuovo. I batteristi di sicuro sono animali strani ma è anche vero che io, Marco e Zazzo costituivamo un animale strano a nostra volta.
V: Passando alle vostre canzoni, si passa spesso dall’italiano all’inglese nella stesura dei testi. Come sceglievate la lingua da utilizzare?
T: Abbiamo iniziato urlando e ci sembrava immediato usare la nostra lingua per esprimerci, anche perché nessuno di noi sapeva così bene l’inglese! Poi le cose sono cambiate: giravamo molto in Europa e diventava necessario usare l’inglese anche soltanto per parlare dal palco, magari per spiegare il significato di un pezzo. Di conseguenza abbiamo iniziato a scrivere anche in inglese ma sempre senza calcolare nulla. In un secondo tempo abbiamo capito che in fondo anche cantando in italiano il nostro messaggio, in qualche modo, riusciva ad arrivare a chi ci ascoltava. Cioè, quando Zazzo gridava delle cose in italiano, spesso riusciva ad essere più intenso e comunicativo di quando cantava in inglese. Quindi abbiamo continuato a scrivere testi in italiano. In generale abbiamo usato le due lingue in modo naturale, senza pensarci troppo.
V: Immagino che negli anni passati a suonare con i Negazione tu abbia raccolto una grande mole di ricordi. Mi puoi raccontare il più bello e il più brutto?
T: In nove anni di cose belle e di cose brutte ce ne sono sicuramente a quintali. Di bello ci sono impresse nella mia mente delle immagini molto personali che non riesco a spiegare adesso. Ci sono state molte soddisfazioni, come ad esempio suonare al CBGB’s di New York, locale mitico perché ci hanno suonato molti gruppi che amavamo: suonare lì ci ha fatto capire che eravamo arrivati davvero in alto e con le nostre sole forze. Un altro momento entusiasmante è stato il concerto del Monsters of Rock oppure le primissime uscite fuori dall’Italia, organizzate via lettera con delle persone che non conoscevamo e che sarebbero diventate molto importanti per il gruppo. Riuscimmo a fissare quattro date tra Olanda e Germania e girammo nell’unico modo per noi possibile, ovvero con l’Interrail: sacco a pelo, zainetto, strumenti e null’altro. Di momenti brutti a dire il vero ne ricordo pochi. Più che altro ricordo le tensioni che si creano normalmente in un gruppo e le delusioni che possono capitare, come ad esempio la seconda volta che Fabrizio ha lasciato il gruppo alla vigilia di un tour, sia per un fatto umano che per un fatto pratico. È difficile gestire un tour quando un elemento della band ti abbandona a pochi giorni dalla partenza. A livello umano l’uscita di scena di Fabrizio ci fece capire in modo abbastanza brutale che probabilmente non saremmo mai riusciti a trovare un quarto Negazione perché comunque Fabrizio è stato quello con il quale ci siamo trovati meglio. Se non ce l’aveva fatta lui probabilmente il problema eravamo noi.
V: Come siete giunti allo scioglimento?
T: Fondamentalmente perché non siamo riusciti a superare determinati problemi causati da un particolare momento durante il quale stavamo andando veramente forte. Eravamo al massimo della popolarità e dovevamo decidere come andare avanti. Volevamo migliorarci ma vivendo di musica, sentivamo che quella era la nostra strada e non ci interessava fare i musicisti part-time. Questo implicava il bisogno di raggiungere un pubblico più vasto o di poter disporre di maggiori mezzi economici per avere la possibilità di registrare con maggiore qualità e avere più tempo a disposizione per lavorare in studio. Tutto questo devi farlo con persone che magari non la pensano come te e che ti pongono delle condizioni perché sono loro a tirare fuori i soldi. Noi eravamo un po’ allergici a queste condizioni e non a caso non abbiamo mai avuto a che fare con grandi etichette. Nel momento in cui ci siamo trovati a dover fare il grosso passo in avanti ci siamo scontrati con situazioni più grosse di quelle che avevamo affrontato fino a quel momento. Avevamo avuto diverse offerte che implicavano delle scelte da fare, scelte sulle quali non siamo riusciti ad operare con serenità. La situazione stava creando dello stress all’interno del gruppo, tutto era meno divertente e alcuni rapporti tra di noi finirono per incrinarsi. Si creavano i presupposti per mollare tutto.
V: Per quanto riguarda te, dopo la fine dell’esperienza con i Negazione non sei rimasto con le mani in mano: hai collaborato con MGZ e Fluxus e hai dato vita agli Angeli.
T: La collaborazione con MGZ è iniziata prima dello scioglimento dei Negazione. Mio fratello mi aveva fatto ascoltare il primo disco e sapevo che MGZ stava cercando un chitarrista. Da quello che avevo sentito mi sembrava abbastanza pazzo da potermi interessare. Ci siamo conosciuti ed è nata una collaborazione che poi è durata per diversi anni, mi sono divertito molto soprattutto in concerto che era una sorta di spettacolo teatrale molto coinvolgente e sperimentale. Ad un certo punto, però, è affiorata una certa stanchezza: suonavo la chitarra su delle basi pre-registrate, mi mancava il contatto con altri musicisti. Sono partito per un lungo viaggio e al ritorno non ho più collaborato con MGZ. Avevo comunque voglia di suonare. In quel periodo Marco stava collaborando con i Fluxus, ho ascoltato il loro primo album e l’ho trovato ottimo. Ho suonato con loro un anno prima di sentirmi un po’ a disagio in un progetto che non era mio e nel quale comparivo come semplice comprimario. A quel punto ho maturato l’idea degli Angeli che ho messo su subito dopo la fine l’avventura con i Fluxus. Gli Angeli per me hanno rappresentato una cosa completamente diversa dai Negazione, anche se ne sono stati la naturale prosecuzione. Ho iniziato a lavorarci senza pensare a degli obiettivi, buttando giù dei pezzi che avrebbero potuto funzionare anche con i Negazione. Ma anche qui finii per mancarmi il senso di vicinanza con gli altri che c’era prima, sentivo di essere abbastanza da solo alla conduzione del gruppo. Dopo due anni e mezzo di concerti e due dischi, dei quali sono molto soddisfatto, alcuni problemi pratici di formazione hanno portato alla fine di questa avventura.
V: Parliamo un attimo di Torino: com’è cambiata dai primi anni ’80 ad oggi, dal punto di vista musicale?
T: Nei primi anni ’80 la scena mi sembrava molto interessante: c’erano molti gruppi validi e molto movimento. A parte la musica c’erano belle cose in giro, come Vanchiglia e i punk anarchici, comunità della quale abbiamo fatto parte per un buon periodo prima di sentirci stretti ma era una cosa piuttosto aperta, fluida. Negli ultimi anni in città è sicuramente aumentato il numero di persone che suonano, sono cresciute le capacità tecniche e le possibilità di suonare, ma tutto sommato Torino non mi sembra un posto molto vivo da questo punto di vista. Ci sono molti gruppi conosciuti a livello nazionale ma devo dire che non mi fanno impazzire a parte alcune eccezioni gli Africa Unite.
V: Ritornando un momento ai Negazione, molti si chiedono se c’è in progetto una reunion.
T: Assolutamente no. È una cosa che non ci è mai passata per la mente e io sono molto fermo su questa posizione. In generale io non sono mai entusiasta dei ritorni: troppe reunion di band che ho amato mi hanno deluso. Credo sia meglio lasciare il ricordo del momento migliore piuttosto di fornire una versione sbiadita di sé stessi. Oltretutto sono rimasto praticamente il solo a suonare: Marco non suona più dai tempi dei Fluxus e Zazzo ancora da prima, visto che ha avuto una breve esperienza con i Peggio Punx subito dopo la fine del gruppo per poi smettere. Poi, ripeto, io sono molto rigido su questo discorso. Ad esempio non ho mai rifatto un pezzo dei Negazione con gli Angeli, nonostante ci potesse anche stare.
V: Tu continui ad occuparti di musica?
T: Saltuariamente. Recentemente ho collaborato nuovamente con i Fluxus e con MGZ nei loro ultimi lavori, ho anche lavorato con il Generale per un mix. Ho scritto poi diverse sigle per la Rai (Suoni & Ultrasuoni e Planet Rock, solo per citarne alcune), lavori interessanti suonati completamente con le macchine. Di tanto in tanto realizzo musiche per applicazioni multimediali e servizi telefonici, ho fatto anche alcune colonne sonore per film e cortometraggi indipendenti, ma la musica non è più al centro della mia vita.
Negazione © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0