Yuppie Flu

Yuppie Flu live © 2006 di Boch su licenza CC BY 20

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Intervista realizzata con Simone Ottonaro e Paolo Agostinelli per Quindie/Radio Torino Popolare l’8 aprile 2005 all’Hiroshima Mon Amour (Torino)

Vincenzo: Iniziamo parlando del nuovo disco Toast Masters. Ha un suono decisamente più diretto, con l’elettronica a rivestire un ruolo più marginale rispetto a Days Before the Day. 

Simone: Questa volta abbiamo spento i computer e abbiamo acceso le chitarre. Volevamo fare un disco più immediato, solare, un disco di rock per come lo intendiamo noi. Ne è venuto fuori Toast Masters

V: Cos’è cambiato rispetto al disco precedente? Certo, sono passati due anni però noto direzioni diverse anche nel songwriting e nelle soluzioni musicali, che spesso riprendono tema sixties. 

Paolo: In questi due anni sono successe diverse cose che ci hanno portato a sentire il bisogno di esprimerci in una maniera più aperta, più luminosa. Ne è uscito fuori un disco solare, sì, ma era esattamente quello che volevamo. Days Before the Day aveva avuto un discreto successo e noi ci siamo detti che dovevamo cambiare direzione per non ripeterci.

V: Mi sembra che ci sia stato anche un discreto lavoro sugli arrangiamenti ma soprattutto sulla voce che mi sembra avere un raggio più ampio.

S: Questo bisognerebbe chiederlo a Matteo1. Per quanto mi riguarda sono d’accordo: è cantato con più spinta, con più pancia. C’è stato sicuramente un lavoro in quel senso lì.

P: Devo dire che in generale ci annoiamo abbastanza presto, quindi variare il campo di gioco è fondamentale. Matteo ha voluto sviluppare in maniera differente la sua voce perché tutto l’album ha un approccio differente. Prima parlavi dei sixties, a me piace pensare che facciamo musica pop in quell’accezione lì, qualcosa che è popolare senza necessariamente essere lineare.

S: E poi i gruppi che amiamo maggiormente sono quelli che sono stati capaci di liberarsi dai legacci e che non hanno avuto di reinventarsi e provare strade diverse. A noi piace così.

V: Avete parlato di disco solare ma trovo comunque che una certa malinconia sia sempre presente sullo sfondo. Un certo mood ereditato, almeno in parte, da Days Before the Day.

P: Abbiamo cercato di miscelarla con altre cose ma quel mood è un po’ il nostro marchio di fabbrica. Forse possiamo dire che Toast Masters è la reazione alla malinconia di Days Before the Days, un misto di sentimenti che comprende anche una certa allegria.

V: Sempre a proposito della musica, trovo che molti pezzi suonino estremamente live. Penso alla coda strumentale di “Stray on Free” che è qualcosa che uno che vi ha già visti dal vivo si aspetta ma che su disco spesso non appare.

S: Be’, il disco è maturato mentre stavamo finendo la tournée dell’altro album, praticamente le due cose sono avanzate di pari passo. Facevamo qualche data e poi ci chiudevamo in studio per provare. Quindi c’è un approccio molto live nell’affrontare le canzoni, è un po’ come se avessimo portato nello studio l’adrenalina del palco.

P: Lavorare al disco nuovo mentre stavamo finendo la tournée precedente ha avuto sicuramente un peso nel cambiamento del sound. L’elettronica di certi pezzi di Days Before the Day in studio ci dava molte soddisfazioni ma quando ripeti la stessa cosa sessanta volte perde un po’ di interesse e ti viene voglia di divertirti, di suonare un pezzo più movimentato. È come fare yoga e poi boxe: lo yoga è senza dubbio molto salutare ma la boxe è un’altra cosa.

S: È cambiato molto ma non l’attitudine: lavoriamo duro, sappiamo essere seri ma l’attitudine è sempre molto spensierata.

V: Le vostre considerazioni mi fanno venire in mente una sola parola: maturità.

P: Quello sì, senza dubbio. Per me questo disco è un puntino sulla linee retta che stiamo disegnando. Il messaggio è che non vi libererete di noi così facilmente.

V: Nel frattempo guardiamoci intorno. Negli ultimi anni in Italia sono venute fuori una serie di band e di situazioni che hanno rivoluzionato un po’ il concetto clasico di musica italiana. C’è una nuova generazione di musica indie o alternativa italiana, dai Perturbazione ai Julie’s Haircut fino ai One Dimensional Man. Secondo voi quali prospettive ci sono adesso per queste formazioni e quali per quelle che stanno appena dietro?

S: Effettivamente adesso c’è molto. Sicuramente la diffusione di internet ha aperto spazi che prima non c’erano, è più facile crearsi una nicchia di pubblico affezionato al di fuori dei confini della propria città. Forse anche il pubblico è cresciuto di taglia. Non so cosa succederà, so soltanto che se uno crede in quello che fa, il modo di farsi ascoltare e apprezzare ci sia.

V: Mi permetto di estendere la domanda e di parlare di gruppi italiani all’estero. Voi avete già avuto esperienze importanti all’estero ma siete un’eccezione di questi tempi. Intanto, grazie ai mezzi che citavi, in Italia ci ritroviamo ondate di band da paesi come la Svezia e la Germania. Arriverà il momento, secondo voi, dell’ondata italiana in Europa?

S: Non lo so. Sicuramente me lo auguro. Secondo me c’è un problema di mancanza di convinzione. Anche quando uno fa una cosa, si sente che è già spacciato e poi è facile che sia spacciato veramente. Quando abbiamo suonato all’estero siamo stati sempre accolti molto bene, quindi non credo che ci sia una ghettizzazione della musica nostra all’estero.

P: No, non credo ci siano pregiudizi. Credo che manchino delle strutture a livello musicale ma mancano non perché qua è una merda, ma perché non ci sono mai state strutture dell’Italia all’estero.

S: La scena di cui parlavamo prima, ad ogni modo, è ancora molto giovane, si è sviluppata negli ultimi quattro o cinque anni. Diamogli altri dieci anni e vediamo che succede.

P: Va detto effettivamente che già quindici anni fa c’erano scene nazionali importanti a livello indipendente europeo mentre da questo punto l’Italia esporta generi differenti, tipo Bocelli. Per esportare lui la struttura c’è, per altri generi no. Non è pregiudizio né mancanza di qualità.

V: E questo vale anche per le etichette. C’è chi si muove in tal senso, vedi la Homesleep, ma per il resto non si va spesso oltre confine.

S: Secondo me è un’aspirazione in corso di svilupparsi. Qualcuno ha provato, è andata bene e altri stanno pensando di buttarsi. Pian piano, vediamo tra qualche anno.

V: Siete all’inizio di questo tour. Quali sono le aspettative e come va sul palco? Sentite ancora le gambe molli o l’avete già superata?

P: Nessun problema di gambe molli! Per questa tournée ci siamo preparati bene, siamo stati in sala prove due o tre mesi. Cosa ci aspettiamo? Che la gente ci venga ad ascoltare e che il lavoro che abbiamo fatto possa piacere.

V: Negli ultimi mesi ho diversi pezzi italiani che suonavano un po’ come voi. Vi siete portati a lungo addosso l’etichetta di Pavement italiani, possibile che adesso siate voi un modello da imitare?

S: Il paragone con i Pavement viene dal nostro disco d’esordio2 che senza dubbio pagava pegno alla passione estrema che abbiamo avuto per la band e per Stephen Malkmus. È ascoltando quei dischi che ci è venuta voglia di suonare. Non c’era alcuna volontà di imitarli: semplicemente quando ci siamo messi a suonare è venuta fuori quella roba lì.

P: Per noi non è mai stato un insulto ma un grosso complimento. È musica che abbiamo ascoltato e assorbito, poi c’è uno sviluppo, un percorso che uno si crea da solo sommando le varie influenze che fanno di una band qualcosa di diverso da tutte le altre.

S: Dai Pavement abbiamo anche ereditato un certo atteggiamento: per noi il divertimento deve avere sempre uno spazio. essere sempre fondamentale in questa cosa. Noi siamo contenti di quello che abbiamo fatto finora, con grande libertà. Non ci siamo mai posti l’obiettivo di essere originali o differenti, quello viene dopo, non penso sia il punto di partenza. La musica rock pop dura da parecchi anni con certi strumenti e certi cliché, in qualche modo.

Yuppie Flu © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0

  1. Matteo Agostinelli, cantante della band scomparso nel 2026.
  2. Automatic but Static, del 1997.