Lalli

Lalli
Foto © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY 4.0

Lalli su Discogs

Intervista realizzata per ilcielosutorino.org il 23 maggio 2003 in piazza Solferino (Torino)

Vincenzo: Tra Tempo di vento e All’improvviso, nella mia stanza sono passati ben 5 anni. Cosa è successo in questo periodo?

Lalli: In realtà è passata la vita. Il disco è sempre la fotografia di un momento, quando tra qualche anno riascolterò i miei dischi mi ricorderò di quali persone mi stavano vicino, qual era il paesaggio in cui mi muovevo, i colori e gli odori che vedevo e sentivo. Non essendo la musica il mio lavoro principale, ho bisogno di molto tempo per scrivere una canzone e non sono mai contenta. Che poi, per poter dichiarare finita una canzone, bisogna passare attraverso quello che io amo chiamare “l’artigianato della musica”, un lavoro di cesello che occupa diverso tempo.

V: Se Tempo di vento tocca molte corde diverse ma parte comunque da presupposti rock,mi sembra che nell’ultimo album tu abbia trovato un tocco più cantautorale.

L: Fin da “Testa storta”, il primo brano su cui io e Pietro1 abbiamo lavorato insieme, avevamo due intenti fondamentali. Il primo era dare leggerezza a piccole storie in modo che potessero tornare ad essere visibili all’interno di storie più grandi. Per farlo dovevamo sbarazzarci della cupezza, farle arrivare più facilmente al cuore di chi ti ascolta. Il secondo intento riguardava la volontà di creare canzoni che stessero su solo con voce e chitarra. Una volta raggiunto questo obiettivo di base abbiamo cominciato a lavorare sugli arrangiamenti e sui colori, aggiungendo man mano gli strumenti, compresi quelli etnici come il tonbak quando lo ritenevamo necessario. La scelta di questi strumenti non è stata forzata, direi piuttosto che fanno ormai parte della nostra contemporaneità se pensiamo che Torino è una delle città più arabe d’Italia. Con Carlo2 ci siamo trovati in perfetta sintonia, con lui abbiamo scelto di far sentire di più uno strumento in un certo passaggio e un altro in un altro, sempre con l’intento di alleggerire e aprire e, quando possibile, strappare un sorriso. Viviamo in tempi difficili e abbiamo disimparato a sorridere, io per prima. Quando mi rendo conto che sono ancora in grado di farlo, capisco quanto sia importante, quanto aiuti nei momenti difficili. Se riesco a provocare lo stesso effetto in altri raccontando le mie storie, un piccolo traguardo è stato raggiunto.

V: A proposito di Pietro: quanto è stato importante il suo ingresso nel tuo mondo artistico?

L: Come puoi immaginare è stato fondamentale. Con Tempo di vento ho in qualche modo chiuso il cerchio che comprendeva l’esperienza con i Franti3 e tutti i progetti successivi. L’incontro con Pietro mi ha dato la possibilità di aprire un nuovo ciclo, prendendomi le mie responsabilità e sentendomi un pochettino più libera: libera di preoccuparmi delle storie da raccontare e della musica da scrivere. Scrivere una canzone è un evento magico: fatichi tanto per crearla, poi quando la vedi finita ti rendi conto che era sempre stata lì, bastava saperla ascoltare. Con Pietro abbiamo lavorato a questo processo insieme: io portavo un testo, lui una musica. Ogni volta cercavamo di capire quali parti erano fondamentali, eliminando tutto il resto e ricominciando. È stata davvero una scrittura a quattro mani, ci siamo costantemente confrontati e credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Credo che Pietro mi abbia spinto a migliorare il mio modo di scrivere: fino a Tempo di vento lavoravo molto poco sul testo, la maggior parte scrivevo di getto e non toccavo più niente. Lui mi ha stimolata a gestire meglio la scrittura, stando più attenta alle parole da usare e senza mai perdere di vista quello che volevo comunicare.

V: Perché All’improvviso, nella mia stanza?

L: Il titolo ha due valenze principali. Innanzitutto fa riferimento al luogo dove le mie canzoni nascono naturalmente, un luogo intimo e tutto mio. In secondo luogo è un omaggio alla mia scrittrice preferita, Marguerite Duras. Si riferisce a qualcosa che canticchiava con il suo compagno Yann Andréa mentre giravano in macchina nelle campagne francesi. È stato quindi un modo per tener vicina a me la Duras perché lei è lì che gira nella mia stanza, dove ci sono i suoi libri. Mi piace, ogni tanto, andarmi a rileggere una frase o un passaggio particolare.

V: Leggendo le recensioni di All’improvviso nella mia stanza (ma anche di Tempo di vento), è quasi impossibile trovarne una negativa. Sembri godere di un certo credito con la stampa specializzata.

L: Fino a Tempo di vento mi sono cimentata con cose che probabilmente già mi appartenevano e dietro le quali mi sono un po’ nascosta. Per questo, già al tempo del primo album, non ero una perfetta sconosciuta: qualcuno conosceva il mio passato e tutto quello che avevo fatto prima. A questo proposito, mi spiace molto che di Franti si parla più per la sua purezza ideologica che per le canzoni. Cercando di essere il più possibile obiettiva, ascoltando oggi quei pezzi mi sembra siano ottimi, c’è dentro tanta passione, sia per la politica che per la vita, tradotta in forme musicali originali, che avevano qualcosa da dire. Questa percezione di Franti mi spiace e credo faccia male al gruppo stesso: il nostro non era un atteggiamento ideologico precostituito, eravamo persone che la pensavano spesso in modo molto diverso tra loro. Avevamo qualcosa in comune: la voglia di cambiamento, il desiderio di migliorare la propria e l’altrui vita ma tutto quello che facevamo era spontaneo, non c’era nulla di ideologicamente puro. Semplicemente, c’erano delle scelte da fare e si facevano. Tornando alle recensioni, credo che la stampa specializzata si facesse influenzare da questo passato. Mi veniva riconosciuta la dignità del mio percorso artistico, credo lo stesso succeda con Stefano Giaccone4. Questo disco rappresenta invece un cambiamento di rotta: negli anni la musica ha cambiato posto nella mia vita, diventando un elemento sempre più interiore. Al centro di tutto c’è la leggerezza. In “Canzone del ritorno” c’è un piccolo accenno a questa pretesa. Quando Lomax5 andò in carcere per registrare Leadbelly, lui non era per niente d’accordo. Diceva: “Tu sei pazzo, tu uccidi le canzoni, è come se mettessi uno spillo sulle ali di una farfalla. Le canzoni devono volare leggere nell’aria”. Quindi Lomax prese tutta la sua attrezzatura e se ne andò. Poi tornò a trovarlo e gli disse: “Hai ragione, le tue canzoni devono volare leggere. Ma tu adesso sei qui da solo in carcere e alle tue canzoni puoi regalare solo questo pezzo di cielo che vedi. Io posso permetterti di regalare loro molti altri pezzi di cielo”. Leadbelly accettò. Questo disco è il mio tentativo di offrire altri pezzi di cielo alle storie che vogliamo raccontare. È il nostro unico, umile, intento.

V: Cos’è rimasto, oggi, di Franti?

L: Tutto. Se non avessi incominciato a cantare con Franti, non lo avrei mai fatto. Mi ha aperto delle finestre sul mondo che prima non immaginavo: il punk mi ha permesso di dire e fare delle cose nonostante mancassero i mezzi tecnici. Salivi sul palco e la gente ti applaudiva anche se stonavi, anche perchè poi quella gente che ti ascoltava te la ritrovavi sul palco cinque minuti dopo in un costante capovolgimento di quel posto di potere che è il palco. Franti, poi, mi ha insegnato a non avere mai paura. Se vuoi bene alla musica e alle cose che dici e che fai, non devi avere paura di sporcarti le mani. Potrai fare mille errori ma almeno ci proverai e ogni volta imparerai qualcosa e diventerà sempre più chiaro l’obiettivo e i rischi per raggiungerlo. È una delle cose più difficili da fare perchè viviamo in un mondo pieno di paure e la prima reazione è di chiudersi: è più facile parlarsi per e-mail che non occhi negli occhi. I rapporti stanno cambiando così, bisogna rendersene conto, ma questo non vuol dire che mi piaccia e che non possa fare niente per cambiare questa situazione. Io sono stata fortunata ad aver trovato la musica, è una risorsa interiore che nessuno può togliermi e che mi aiuta ad affrontare la vita. La voce è l’unica cosa che può perdonarti tutti i peccati, perchè è sempre lì: tu la vedi, la senti sulle labbra che parte e lei ti accompagna fino al giorno dopo.

V: Dall’esperienza con i Franti al concerto di qualche giorno fa, per raccogliere fondi in favore della Pantera 90, l‘impegno politico non ti ha mai abbandonato.

L: Per me è una cosa del tutto naturale ma bisogna stare bene attenti a cosa si racconta. Quando le cose diventano grandi sono molto difficili da mantenere limpide, pure. Per carattere, a me piacciono le piccole storie, poco eclatanti, perché quelle più grosse sono da mantenere nel privato, non sono da cantare. Vedere in televisione la morte di Carlo Giuliani per me è stato scioccante. Ho chiamato Stefano6 in Galles e abbiamo pianto insieme. Era l’unica cosa che potessi fare. Un evento del genere richiede azioni, gesti, passi, non una canzone. Una canzone può dare visibilità ad una storia, ma non può restituire giustizia. Oggi può sembrare scontato avere la possibilità di scendere in piazza per il primo maggio o per il 25 aprile, ma non è così. Può anche darsi che domani non avremo questa opportunità: non vedo questo paese andare verso un miglioramento, né per quanto riguarda l’aspetto economico né per la crescita di una coscienza che oggi manca. Bisogna tenere ben salda la memoria ma non in senso nostalgico. Prendo come esempio il film “I nostri anni” di Daniele Gaglianone: quando l’ho visto, il titolo ha cambiato completamente di significato perché il film riesce a farti capire che non c’è molta differenza tra gli anni di chi è stato partigiano e gli anni di chi vive questa contemporaneità. Si tratta sempre degli stessi anni e il film è bellissimo soprattutto per questo motivo.

V: Parlando invece dei tuoi concerti, in scaletta non mancano mai le cover. Qual è il rapporto che hai con le canzoni degli altri?

L: È lo stesso rapporto di chiunque altro: ci si innamora di una canzone così come ci si innamora delle persone, spesso senza un motivo. Comincia a significare qualcosa per te e rimane nella tua stanza per sempre. “Vedrai, vedrai” di Luigi Tenco per me è una canzone di grande ottimismo. Oggi leggiamo le sue opere alla luce della sua fine e quindi ci sembra che la sua produzione sia caratterizzata soprattutto da tinte fosche. Eppure, se ascolti attentamente ti rendi conto che c’è tutto tranne che disperazione: non c’è la tristezza classica, è solo la descrizione di un momento particolare. Lui dice “vedrai che cambierà” e secondo me ci crede, è davvero convinto che andrà meglio. “Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen me la porto dietro da tantissimo tempo. Racconta una storia che quando avevo vent’anni era all’ordine del giorno. Allora si parlava di cambiare la quotidianità anche nel rapporto con gli altri, a costo di vivere nella confusione, senza certezze. Questa canzone è la storia di due amici innamorati della stessa donna, in un mescolarsi di amicizia e amore che allora si verificava spessissimo perchè lo spirito di condivisione coinvolgeva ogni aspetto della vita. Cohen descrive quel momento con una forma poetica straordinaria che mi riporta alla freschezza di quei momenti. Che non erano semplici, intendiamoci: lavoravamo per cambiare questo mondo ma se il mio fidanzato mi chiamava per dirmi che andava al cinema con la mia migliore amica io non ero proprio contenta. Rispetto a oggi, però, invece di incazzarmi e di rompere, magari provavo a confrontarmi con l’altra persona sul tipo di relazione che avremmo voluto. “Afraid” di Nico è un’altra canzone che amo tantissimo. Esprime con una sola parola uno stato d’animo preciso che può essere mitigato solo affrontandolo e questa è un’altra cosa che ritrovo dentro di me. Le canzoni degli altri, insomma, sono quelle canzoni che fanno circuito con qualcosa che si muove dentro di te.

V: E a questo proposito, cosa ascolti oggi?

L: Sto ascoltando il nuovo disco di Ben Harper, Diamonds on the Inside, in realtà impazzisco soprattutto per una canzone, “Amen Omen”. Ascolto moltissimo Yo La Tengo, Patti Smith, Belle & Sebastian. Adoro la voce di Eddie Vedder, che secondo me ha fatto una versione di “Masters of war” incredibile. In generale conservo l’atteggiamento che ho sempre avuto, compro subito un disco senza saperne molto, sapendo già che al novanta per cento mi piacerà. Ci sono cose che ascolto perché mi piace il modo in cui l’artista risolve certe situazioni, mi piace molto chi cerca di togliere il superfluo, alleggerendo la musica senza perdere il pathos.

V: Qual è stato e qual è il tuo rapporto con Torino?

L: Torino è sempre stato il posto in cui volevo vivere. Ci sono stati molti momenti in cui avrei potuto andarmene ma mi sono sempre inventata una scusa per non farlo. È una città speciale, è il posto dove sono cresciuta e credo che mi assomigli. Conosco tutte le strade, mi piacciono i colori, gli odori. È una città dura che ci mette tempo ad aprirsi però quando lo fa non è “falsa e cortese” come si dice. Al contrario, è incredibilmente vera, di un torinese ci si può fidare. Nonostante io sia innamorata del mare, non la cambierei con nessun’altra città.

Lalli © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0

  1. Pietro Salizzoni, co-autore dell’album.
  2. Carlo U. Rossi, produttore dell’album.
  3. Franti è la band con cui Lalli ha mosso i primi passi nella storia della musica. Maggiori dettagli: https://it.wikipedia.org/wiki/Franti
  4. Altro membro dei Franti. Vedi anche l’intervista a lui dedicata.
  5. Alain Lomax, musicologo dal lavoro pioneristico nei confronti della musica popolare americana e inglese.
  6. Stefano Giaccone.