
Intervista realizzata con Johan Duncanson e Martin Carlberg per Quindie/Radio Torino Popolare il 9 febbrai0 2005 allo Spazio 211
Vincenzo: Avete suonato per la prima volta in Italia lo scorso maggio, a Bologna. L’album Lesser Matters non era ancora distribuito ma il passaparola aveva fatto in modo che il Covo fosse pieno di gente. Come ricordate quel concerto e com’è essere nuovamente qui in Italia?
Johan: Quel concerto è stato probabilmente tra i migliori della nostra carriera. Il giorno dopo suonammo a Roma e non fu lo stesso, probabilmente ci eravamo convinti che tutti i concerti che avremmo suonato in Italia sarebbero stati come quello di Bologna! Fu davvero una data incredibile.
Martin: Oltretutto le premesse erano tutt’altro che positive. Nel pomeriggio il soundcheck fu orribile, il suono era tremendo e avremmo voluto mandare tutto al diavolo. Fortunatamente poi la sera tutto andò nel migliore dei modi e il pubblico fu eccezionale.
V: Ascoltando il nuovo EP This Past Week si può notare un suono decisamente diverso rispetto a ciò che avete fatto in precedenza, più pulito.
J: Sì, è parecchio differente. Non c’è più quel feedback di prima, a mio parere suona un po’ alla Pet Shop Boys, che sono da sempre una delle nostre maggiori influenze. Abbiamo voluto eliminare la parte più rumorosa del nostro suono perché alla lunga fare sempre le stesse cose stanca e volevamo provare altre strade. Non vogliamo dare a tutti i costi ai nostri ascoltatori ciò che si aspettano, è giusto cercare un’evoluzione. In questo periodo stiamo iniziando a registrare le canzoni che faranno parte del prossimo album e credo che sarà molto più ballabile, un po’ alla Saint Etienne, per capirci.
V: Quindi quella che si intravede nell’EP può essere considerata la nuova direzione artistica del gruppo?
J: Forse sì e forse no, non lo sappiamo nemmeno noi! Potremmo anche cambiare idea.
V: Come siete entrati in contatto con la XL, l’etichetta che l’anno scorso ha ristampato l’album e lo ha fatto conoscere in tutto il mondo?
M: Per puro caso: la XL distribuisce la Labrador in Spagna ed è così che ci ha notato. In realtà continueremo a incidere su Labrador ma fuori dalla Scandinavia la nostra etichetta sarà XL.
V: A a proposito di Labrador, da qui la scena indiepop svedese sembra essere decisamente vitale. È davvero così?
J: No! Potrebbe essere molto meglio.
M: In Svezia ci sono ottime band ma le condizioni a mio parere consentirebbero molto di più. C’è un ottimo clima per fare musica, ci sono molti media interessati alla musica indipendente, nelle grandi città ci sono molti posti dove suonare, i collegamenti tra le band sono ottimi. In questa situazione, è normale aspettarsi di più. C’è gente come Jens Lekman che è fenomenale, ma non tutto è così bello se visto da vicino.
V: A parte Saint Etienne che hai citato prima, quali sono al momento le vostre principali influenze?
M: Difficile dirlo, tutto quello che ascoltiamo ci condiziona, per quanto in maniera molto meno ovvia di quanto si possa pensare. In questo momento stiamo ascoltando molto The Go-Betweens e Prefab Sprout, fino a qualche tempo fa ascoltavamo molta roba più distorta come i gruppi della Creation, i Teenage Fanclub e i My Bloody Valentine, le prime cose dei Primal Scream quando erano più pop, prima di Screamadelica per intenderci (anche se si tratta di un grande album).
V: Dal vivo proponete una versione senza batterista. Scelta musicale o è vero che trovare un buon batterista è la cosa più difficile del mondo?
M: Se è per questo, adesso ci manca anche un bassista! Venendo alla tua domanda, l’assenza di batteria si spiega facilmente. Su disco buona parte delle ritmiche sono costruite con drum machine. In alcuni pezzi c’è la batteria tradizionale ma è molto trattata, adotta soluzioni molto particolari. Dal vivo sarebbe molto complicato, se non impossibile, ottenere gli stessi suoni presenti su disco. Per questo abbiamo scelto di usare pattern pre-registrati e sacrificato la batteria.
V: Il 2004 è stato probabilmente l’anno della svolta per voi, con la ristampa del disco la vostra popolarità è decisamente cresciuta. Cosa vi aspettate dal 2005?
J: Di fare buon nuovo album che ci soddisfi pienamente. Se poi parli di successo, non saprei dirti perché sinceramente non ne siamo ossessionati. Crediamo nella nostra musica ma non crediamo sia adatta a far successo!
M: Con l’album precedente abbiamo ottenuto ottime recensioni e non nego che ci sia una certa pressione su di noi. Ma non ci facciamo condizionare, non possiamo fare altro che fare le nostre cose sperando che gli ascoltatori apprezzino.
V: In Italia il vostro successo è passato soprattutto attraverso il passaparola, con i blog hanno avuto probabilmente un ruolo decisivo. In che modo vedete la rete e il rapporto che essa può avere con il veicolare musica?
J: La rete è il futuro della musica, ne sono certo. È un’evoluzione notevole del rapporto tra artista e pubblico, ti permette di fare cose impensabili fino a qualche anno fa. Oggi puoi registrare una canzone, metterla a disposizione per il download e ricevere commenti quasi in tempo reale, per poi vederla diffondersi in modo del tutto naturale tra i fans. Ovviamente questo discorso vale per la musica indie, per il mainstream, nel quale i soldi hanno un ruolo non indifferente, è spessa vista come una minaccia.
M: L’unico problema è che su internet ha democratizzato così tanto il processo musicale che si trova anche un sacco di spazzatura. Credo sia prezzo da pagare per una rivoluzione del genere.
V: Da un punto di vista strettamente musicale qual’è il decennio che preferite?
M: Gli anni ’80, senza nessun dubbio. Non so esattamente perché, semplicemente la maggior parte della musica che ascoltiamo e che amiamo è stata realizzata in quegli anni oppure è suonata da artisti che si rifanno a quegli anni. Negli anni ’80 la musica elettronica ha vissuto un periodo esaltante e poi è nato l’indie-pop nel modo in cui lo intendiamo adesso. Ovviamente non ascoltiamo solo musica di quegli anni ma quel decennio ha avuto un’influenza straordinaria su tutto ciò che è venuto dopo.
V: Ho letto da qualche parte che preferite non avere un produttore. È una scelta piuttosto controcorrente.
M: Per il momento crediamo di non averne bisogno. I motivi sono diversi: un produttore costa, è una persona in più con cui relazionarsi nello studio che è un luogo particolare per un gruppo intento a registrare un album, c’è tensione ed è facile fraintendersi.
J: Quando uscì Lesser Matters l’abbiamo presentato in una radio svedese. Il tecnico del suono smanettava per ottenere il suono che voleva lui, diverso da quello che cercavamo noi. Un produttore potrebbe sicuramente fare molto per noi ma implicherebbe anche compromessi, bisogna sottostare alle sue regole. Noi non siamo in grado di relazionarci con un personaggio esterno quando suoniamo. D’altra parte, quando sai quello che vuoi non hai bisogno di qualcuno che ti dica come farlo.
The Radio Dept. © 2026 di Vincenzo Palatella su licenza CC BY-NC 4.0